Guardare ad Oriente

(di Giancarlo Polenghi)

L’Europa sta attraversando un momento difficile. Di fronte alle sfide dei nostri tempi manca una visione comune, un senso di missione per il bene di tutti. Lo vediamo con la Brexit e le divisioni nel Regno Unito, nell’ondata di proteste dei gilet gialli in Francia, nelle tensioni in Spagna nel territorio catalano, e in Italia, dove il dibattito politico è ormai da mesi di scontro totale tra le parti. C’è disunione tra le nazioni di antica tradizione cristiana che, ripiegate su se stesse, sono più preoccupate del benessere economico che di qualunque altra cosa. Questo malessere è legato a una ragione senza intelligenza, e a un non voler pensare e agire guardando all’insieme. La divisione tocca anche la cultura e la Chiesa. Probabilmente è sempre stato così, eppure i sintomi della decomposizione sono certamente qualcosa che un cristiano deve guardare con sospetto, e a cui rispondere con l’esempio e la parola.

Individualismo, società liquida, frammentazione, conflitto: sono tutti aspetti del nostro vivere attuale che richiedono una reazione, o almeno una nuova visione che ci permetta di rimettere insieme i pezzi. Una possibile risposta a questi problemi la troviamo in un piccolo e prezioso volume, ristampato di recente, dal titolo “Una conoscenza integrale, la via del simbolo” di Tomas Spidlik e Marko Ivan Rupnik (Lipa 2010, 2018).

Gli autori dedicano la loro riflessione al modo con cui conosciamo che tanto peso ha sulla nostra percezione e interazione con la realtà. La loro raccomandazione è di utilizzare un approccio integrale che oltre all’esperienza e alla ragione includa anche la conoscenza simbolica, spirituale e mistica.  La lezione viene dall’Oriente cristiano e fa tesoro oltre che dei Padri della Chiesa del primo millennio anche dei pensatori più vicini a noi che hanno proseguito sulla stessa strada (Dostoevskij, Berdjaev, Sestov, Losskij, Florenskij, Ivanov, Solov’ev). Il testo critica la tradizione occidentale che mettendo la ragione davanti a tutto finisce per non cogliere appieno la forza trasformatrice del messaggio cristiano.

Spidlik sostiene che la vita assomiglia a un bel paesaggio in una natura primaverile che può essere goduto solo da colui che cerca di aprire tutti i sensi contemporaneamente. Noi pertanto conosciamo ciò che viviamo. E nel processo di conoscenza dobbiamo necessariamente usare sia la volontà che l’intelligenza. L’autore arriva a dire che la carità è la porta della conoscenza e che quindi l’amore personale è un principio gnoseologico. Per questo possiamo dire che la verità non è cosa, ma persona.

La conoscenza effettiva della verità è nell’amore, non è concepibile che nell’amore e si manifesta attraverso l’amore. Un modo di apprendere non solo intellettuale ma anche affettivo, corporeo, poetico.

Tutto questo ha un senso se lo si pensa in modo integrato alla conoscenza razionale, ossia ad un sapere rigoroso che misura e che quantifica, che analizza e divide, come siamo abituati in Occidente. Quando interviene l’amore nella conoscenza la differenza tra soggetto ed oggetto tende a sfumare e questo può far perdere un certo tipo di presa, ma ci introduce in un mondo più ricco di significato. D’altronde le persone, Dio stesso, ma anche il creato, visto con la sola ragione diventano qualcosa da usare, qualcosa che può anche darci piacere, ma che alla fine non riempie il cuore.

Il pensiero occidentale è dinamico e trasformativo, ma rischia di distruggere. Quello orientale è includente e simbolico, ma rischia di portare all’immobilismo. È chiaro che si tratta di integrare, non di contrapporre. E come direbbe Romano Guardini, nell’opposizione polare si può guadagnare e promuovere la vita.

Il verbo greco symbàllein significa mettere insieme, riunire. Per questo gli orientali parlano di via simbolica. Una via che ci introduce, attraverso Cristo, alla relazione delle tre Persone divine. In termini di conoscenza sul mistero della Trinità si gioca molto più di quanto si possa immaginare. In Occidente, facendo tesoro di alcune categorie provenienti dalla filosofia greca, si è vista l’unità della Trinità a partire dalla stessa natura (divina) delle tre persone. I padri greci viceversa vedevano l’unità a partire dalla relazione, ossia dal loro rapporto di comunione, pur nella distinzione di ciascuna delle persone. Sarebbe come dire che in Occidente è la natura divina che rende Uno il Padre, il Figlio e lo Spirito, invece in oriente è l’amore di ciascuno per l’altro e il fatto che il Padre sia totalmente Padre lo rende ciònonostante unito totalmente al Figlio, la qualcosa avviene anche al Figlio e allo Spirito.

La sostanza (substantia) di un ente, è ciò che stando sotto, lo sostiene. Nella tradizione tomista è l’essere (Dio come l’essenza stessa dell’Essere), in quella orientale c’è anche la relazione, che è una sorta un co-principio assieme all’essere, o, addirittura, di principio primo.

Mentre il pensiero occidentale ha visto l’uomo come unione tra corpo e anima e ciò che lo caratterizza sarebbe la razionalità, pensiero (pensiamo alla celebre definizione di Boezio di persona come sostanza individuale di natura razionale), i Padri orientali hanno maggiormente sottolineato l’unione di corpo, anima e Spirito (una trinità secondo Sant’Ireneo di Lione), in cui quest’ultimo è precisamente lo Spirito Santo. Ciò che ci rende simili a Dio, creati a sua immagine e somiglianza, non sarebbe tanto l’anima, ma la capacità relazionale, l’amore, la comunione come principio vitale. La relazione allora verrebbe prima dell’Essere, o se si preferisce, che lo genererebbe in un unico atto di essere-relazione. Per questo la persona umana sarebbe essenzialmente relazione con gli altri, dicono gli orientali. Isolati siamo all’inferno, condannati all’insignificanza. La capacità di essere in comunione sarebbe tutto nella vita. Una comunione reale che accetta e trascende le differenze.

Affinché la relazione sia autentica però, deve essere libera. Perché non è possibile amare se non liberamente. Ma pure, si è liberi solo amando. La salvezza quindi è un tutt’uno con l’amore e con la libertà. Per questa ragione è tanto importante il parlar franco con Dio (parrhesia) e con le altre persone, uscendo dall’anonimato e dagli schemi prefigurati. La libertà senza l’amore, come l’amore senza la libertà, conducono alla morte.

Il potere vero allora non è altro che capacità di amare che trasfigura il mondo.

Ribellandosi alla legge – afferma Spidlik – si dice “io non sono schiavo”, ma non si dice ancora che siamo figli. Per scoprire che siamo persone dobbiamo aprirci alla relazione, e conseguentemente sapremo non partire dalla legge che mi ordina di amare, ma andare verso l’amore, e questo può trovare la sua espressione anche nella legge e nella struttura. La legge, come afferma San Paolo, non è fatta per sottometterci, ma per essere superata.

Ovviamente, affermano gli autori, l’uso della ragione non è un male. Il male è privarla dell’unione con la vita, con l’arte, con la poesia, con la conoscenza simbolica.

Mettere la relazione al centro significa comprendere il messaggio cristiano in modo nuovo e dinamico. La vita spirituale non è altro che la vita in noi dello Spirito, una vita relazionale. L’imitazione di Cristo diventa allora un modo per unire, come lui ha fatto, la natura umana e quella divina. Il ruolo della grazia assume un’importanza enorme, a partire dal battesimo, per giungere alla Comunione, che – come dice Cabasilas – ci rende consanguinei di Cristo, molto più che figli adottivi, carne della stessa carna e ossa delle stessa ossa, sia secondo le modalità delle membra di Cristo che in virtù della filiazione divina. Se tutto ciò ha un impatto forte nel rapporto con Dio è forse ancora più radicale nel rapporto con gli altri. I cristiani sono allora principalmente e specilamente coloro che sanno amarsi vicendevolmente come nessuno sarebbe mai in grado di fare, e questa capacità di vivere la carità, ut unum sint, diventa ciò che attrae e che è in grado di stimolare nuove e successive conversioni.

Se riconosciamo che esistono tre tipi di conoscenza: quella sensibile, quella razionale, e quella spirituale-mistica (ossia simbolica) dobbiamo riconoscere che tra di esse spesso non c’è comunicazione. Invece è necessario integrare. Tanto più quando abbiamo a che fare con Dio e con gli altri. Conoscere Dio con la sola ragione è miope e poco produttivo in termini vitali. Invece si può affermare, come ci insegna da sempre la Chiesa, che se sei teologo preghi veramente, e se preghi veramente sei teologo.

La conoscenza simbolica ci porta a vedere oltre il simbolo e quindi a trovare l’assoluto là dove c’è il contingente. Chi non riesce a vedere al di là, diventa idolatra perché non riesce a scorgere Dio a partire dalla magnificenza del mondo, dalla bellezza delle creature.

La regola d’oro della teologia simbolica è dunque superare il simbolo, saper alzare lo sguardo, per vedere l’insieme, e quindi, per imparare, sospinti dalla grazia, ad amare.

Tomàs Spidlik, Marko I. Rupnik,

Una conoscenza integrale, la via del simbolo,

Lipa 2010

L’armonia che nasce dai contrari

(di Giancarlo Polenghi)

Il saggio di Jacqueline Morineau, “La mediazione umanistica” (Erikson 2018) è un libro semplice, chiaro e potente. Frutto di oltre trent’anni di mediazione in ogni ambito, dal penale al civile, al familiare, il volume spiega che cosa è la mediazione umanistica e come funziona. Leggerlo dopo aver partecipato a 2 giorni di seminario con la stessa Morineau, che di questo metodo è l’ideatrice, è una condizione felice.

Il libro assomiglia alla sua autrice: una donna minuta, con lo sguardo vivo e una grande capacità di ascolto. Una personalità forte e armonica, riflessiva, tutt’altro che cerebrale, accogliente, immediata, gentile. Si vede subito che ciò che è scritto nel libro e insegna nei seminari, è ciò che vive. Il suo approccio alla mediazione punta a stimolare un nuovo sguardo sull’avvenire, ad aprire una porta sul futuro. Per fare questo offre spazio di ascolto al grido interiore che ogni conflitto porta con sé, il grido causato da ferite profonde. Questa fase della mediazione, che è la più lunga in termini di tempo, è denominata crisis e segue l’introduzione in cui i due medianti (ossia le parti in conflitto) illustrano il loro problema. Per aiutare i medianti a togliersi la maschera, ossia a dire la loro verità per intero, i mediatori (che agiscono sempre in gruppo, da 2 a 5) svolgono la funzione di specchio. Dicono quello che sentono, a livello emotivo, in modo graduale e accompagnando un percorso di approfondimento.  Per esempio a fronte di un racconto che parli di un conflitto estenuante si può dire: “Io sento: stanchezza”, e con questo piccolo aiuto esterno si può verificare se l’uno o l’altro, o entrambi, dicano di più e vadano più a fondo. I mediatori ascoltano, non giudicano, entrano in empatia con la sofferenza per permettere ad essa di uscire allo scoperto. L’ultima fase della mediazione consiste nel riconoscere un nuovo qui e ora che emerge dalla consapevolezza dei vissuti emersi. Se i medianti hanno davvero parlato e ascoltato può nascere un nuovo sguardo. Come la tragedia greca, la mediazione umanistica, si svolge in tre atti: introduzione, crisis, catarsi. Jacqueline Morineau sostiene che la mediazione umanistica è scavare dentro l’anima e che la cosa più importante in essa è il cammino che si può fare insieme. Infatti il cambiamento avviene sia tra i medianti che tra i mediatori, che imparano a conoscere meglio sé stessi. L’ambizione è saper entrare in contatto con il corpo, con l’anima e con lo spirito, in un viaggio di verità, bontà e bellezza. Una difficoltà per i mediatori è saper ascoltare in modo vero e profondo, senza giudicare e farsi condizionare dalle proprie categorie mentali e dal ragionamento. Gli studi pregressi in psicologia o sociologia o filosofia o legge possono essere un impedimento all’ascolto, e costituire una sorta di rumore assordante che impedisce di sentire. Jacqueline ha spesso fatto riferimento alla necessità di sentire con il cuore, tagliando la testa. Nella mediazione umanistica non c’è nulla da capire, ha detto, bisogna solo essere. In altre parole passare dalla rappresentazione alla relazione. Per questo essa non è una tecnica ma un cammino per un’umanizzazione reciproca.

Jacqueline Morineau. La mediazione umanistica.

Un altro sguardo sull’avvenire: dalla violenza alla pace.

Erikson Saggi Sociali, 2018

I paradossi dell’amore

Di Giancarlo Polenghi

Giulio Maspero è un teologo che ha dedicato i suoi studi alla Santissima Trinità, seguendo in particolare il pensiero di Gregorio di Nissa. Assieme ad altri studiosi ha dato vita ad un centro di ricerca sull’ontologia relazionale, ossia sullo studio della relazione come fenomeno all’origine della vita in Dio, negli uomini e nella società. In questi studi collabora, tra gli altri, con illustri sociologi (Pierpaolo Donati) e noti teologi (Pietro Coda e Pierangelo Sequeri).  È anche un fisico che prima di diventare sacerdote ha fatto ricerca e forse per questo, mettendo in atto una sorta di metodologia sperimentale, si sforza di “verificare sul campo” se le teorie teologiche in cui crede siano compatibili con la vita reale. Ecco perché alcuni anni fa ha cominciato a dedicarsi alla formazione di coppie di fidanzati e di giovani sposi, alla ricerca di forme comunicative efficaci e di “conferme sperimentali”. Così è nato il libro “I cinque paradossi dell’amore”, un percorso breve e molto denso in cui si presenta il matrimonio cristiano con le sue alte sfide nel segno della misericordia. Non è facile scrivere qualcosa di nuovo su questo tema, antico come il mondo, ma Maspero con la sua sintesi ed immediatezza ci riesce. La tesi è che per imparare ad amare bisogna comprendere e vivere qualcosa che è contro intuitivo, appunto un paradosso. Il primo dei cinque sostiene che l’amore vero è l’amore verso i nemici, perché, prima o poi, il coniuge si trasformerà nel nemico più potente, quello che ti fa male da dentro. Il secondo paradosso è che per sposarsi bisogna essere disponibili a rimanere celibi, in quanto il matrimonio “regge” se è per sempre, e questo sempre lo troviamo in Cristo e nella Trinità. Il terzo paradosso parla di saper essere prima di tutto “figli del Padre” e quindi “fratello e sorella” per poter diventare poi padri e madri. Il quarto paradosso afferma il dono di sé ossia che la sessualità nel matrimonio è essenziale ma non necessaria. L’ultimo paradosso, una sorta di super-paradosso che contiene anche gli altri, sostiene che per affermare la propria identità bisogna dare spazio all’alterità, o se si preferisce, che per vivere bisogna morire.

Il libro si presta anche come traccia per discussioni o attività partecipate che consentano di riflettere insieme e, in questo modo, di sapersi stupire nel cogliere la relazione tra la vita intima di Dio, la vita Trinitaria, e l’amore umano di cui essa è immagine. Non mancano citazioni bibliche e patristiche, e riferimenti alla famiglia come similitudine della relazione tra Cristo e la Chiesa. Un testo agile per chi ama andare rapidamente al cuore dei problemi.

Giulio Maspero, I cinque paradossi dell’amore.

Breve preparazione teologica al matrimonio attraverso la misericordia.

Edizioni Ares. Milano, 2018. 144 pagine

Angelo Scola si racconta

(di Giancarlo Polenghi)

Il libro “Ho scommesso sulla Libertà” (Angelo Scola con Luigi Geninazzi, Solferino 2018) si legge come un romanzo, o meglio, come un interessante racconto in cui le vicende personali e intime di un protagonista si intersecano con la Storia degli ultimi settant’anni nella Chiesa e nel nostro paese. Il cardinal Angelo Scola, noto ai più come vescovo di Grosseto, patriarca di Venezia e, fino ad un paio di anni fa, arcivescovo di Milano, è soprattutto un uomo che vive con impegno, e in prima persona, l’incontro con Cristo nell’oggi contemporaneo che gli è dato di vivere. Un sacerdote riflessivo e colto con molta voglia di incidere nella realtà: docente di antrolopologia e di morale, ha diretto la pontificia università Lateranense e l’istituto Giovanni Paolo II per la famiglia e, mentre era a Venezia, ha dato vita alla Fondazione Marcianum, un ambizioso e innovativo progetto educativo.  La forma di intervista con cui si presenta il libro, nel suo apparente movimento rapsodico, è ideale per schizzare un affresco dei nostri tempi, con i suoi problemi e le relative sfide. Attraverso l’esperienza di chi ha conosciuto e lavorato con monsignor Giussani fin dal 1965, divenendo uno dei principali dirigenti di CL e che con Balthasar, Ratzinger e De Lubac è all’origine dell’edizione italiana della rivista “Communio”, si conoscono aspetti inediti della nostra storia. Non mancano poi le riflessioni sui pontefici con cui pure ha avuto occasione di avere un personale e profondo rapporto, da Giovanni Paolo II che lo ha fatto vescovo, a Benedetto XVI, per finire con papa Francesco che definisce come “un salutare colpo allo stomaco per le Chiese d’Europa”. I ricordi e gli incontri si alternano a vicende personali, come quelle di una malattia a lungo non diagnosticata correttamente, o al percorso psicoanalitico in ambito Lacaniano. Non mancano inoltre le grandi questioni di sempre, dalla libertà, che comparendo anche nel titolo è un tema prediletto, a quello del male patito dagli innocenti, alla morte e al fine vita, al pensiero teologico e all’esigenza di passare da un impianto neoscolastico ad un approccio che, in linea con i recenti pontefici, dia più spazio ad una filosofia che parte dall’esperienza. Si affrontano anche i temi più dibattuti oggi: le questioni di morale matrimoniale sollevate dall’Amoris Laetitiae, gli scandali sessuali nella Chiesa, il rapporto con l’Islam, i grandi cambiamenti nella politica, e, soprattutto, il modo di promuovere la fede quando tutto sembra essere differente.  Sullo sfondo, e insieme in primissimo piano, c’è la Chiesa e il mondo che la stimola.

 

Angelo Scola (con Luigi Geninazzi). Ho scommesso sulla Libertà

Solferino, 2018. 300 pagine. 18 euro

Rimettere insieme i pezzi

(di Giancarlo Polenghi)

Il primo romanzo di Riccardo Bigi (L’altra metà della Medaglia, ed. LEF) è una boccata d’aria. Ambientato nella Firenze di oggi, quasi come in un “giallo”, fa incursione nel passato della città, mettendo a fuoco una storia minore ma certamente dotata della grandezza dell’umanità e della carità cristiana. La protagonista, Giovanna, è una giovane studentessa universitaria di scienze sociali, una ragazza come tante, sensibile e indifesa, che per soffrire meno si rende sempre più cinica e distaccata. Il suo incontro prima con Alessandro, coetaneo, ex scout e volontario della Misericordia,  e dopo con Clelia, un’anziana frequentatrice della mensa dei poveri della Caritas in piazza Santissima Annunziata, è l’inizio di una grande avventura del quotidiano. La storia, raccontata in prima persona con l’alternanza della voce dei tre personaggi principali, tocca tanti temi di attualità: le nuove povertà e la solitudine degli anziani, il lavoro che per i giovani non c’è, la fragilità e la frammentazione, il disincanto. Chi ama e conosce Firenze si trova a casa tra le pagine del libro, come sospese tra la contemporanea fiumana di turisti e il fascino antico di istituzioni come lo Spedale degli Innocenti o la Misericordia. Il passato e il presente si incontrano e si parlano nell’oggi. Gli ingredienti del romanzo fanno sì che una sua catalogazione sia impossibile. C’è il lato sentimentale, quello della “ricerca storica”, relativa appunto all’altra metà della medaglia, la ricostruzione di luoghi e modi di essere di oggi e di ieri, le questioni più profonde sui significati del vivere, del bene e del male, della felicità. Il libro si legge con facilità, d’un fiato ed a tratti commuove. Una volta finito, lascia nel lettore una piacevole sensazione di apertura. Questa è, a mio avviso, la principale qualità del romanzo e il motivo per cui vale la pena di leggerlo.

Riccardo Bigi. L’altra metà della Medaglia.

Libreria editrice Fiorentina. 224 pagine. 12 euro.

“Opzione Benedetto”, ricetta americana.

(di Giancarlo Polenghi)

Il fatto che di questo libro si sia molto parlato negli Stati Uniti è di per sé un primo motivo di interesse. Gli Stati Uniti, nel bene e nel male, sono un paese che con le sue scelte, i suoi comportamenti, hanno una certa influenza non solo nel mondo Occidentale, ma anche nel mondo tout-court. Il volume si presenta come una strategia per i cristiani tradizionalisti e conservatori di mantenere una qualche capacità di incidere nella società, o almeno di non scomparire, in un mondo che si allontana sempre più dai valori del cristianesimo. Evidentemente i cristiani conservatori (che per l’autore sono principalmente ritracciabili tra le comunità in cui egli stesso è transitato, ossia gli Evangelici, i Cattolici tradizionalisti e gli Ortodossi) sono una minoranza della popolazione, eppure il libro è stato per lungo tempo in vetta alle classifiche dei libri più venduti negli Stati Uniti. Questo è un primo paradosso: un libro di successo che va contro le idee dominanti del potere. Un secondo motivo di interesse, da un punto di vista europeo e cattolico, è il fatto che i cattolici tradizionalisti americani non nascondono di fare una certa fatica ad entrare in sintonia con il magistero di Papa Francesco e infatti anche da noi la promozione di questo volume è stata portata avanti da riviste come La Nuova Bussola Quotidiana o Il Timone, che sono in linea di continuità con i conservatori d’oltre oceano. A mio parere il libro, pur nascendo da una sensibilità più incline al “fortino” che alla “chiesa in uscita” di Papa Francesco, è meno lontano di quanto possa apparire dal magistero attuale.

In che cosa consiste l’opzione Benedetto? Prima di tutto c’è un’analisi della situazione dal punto di vista delle idee di fondo che animano la nostra società, il riconoscimento che il cristianesimo ha vita sempre più difficile, e a partire da questa evidenza c’è una proposta spirituale, di vita, che possa opporsi alla crescente secolarizzazione.

Papa Francesco da tempo parla di un cambiamento d’epoca, Rod Dreher parla addirittura di un diluvio universale. Con accenti diversi entrambi riconoscono che ci troviamo davanti ad un mondo che non è più quello di prima. Per l’autore statunitense le radici della crisi sono da ricercare nell’individualismo e nella frammentazione. Un fenomeno che negli Stati Uniti è stato favorito dal soggettivismo del pensiero liberale in ambito morale e dal consumismo individualista promosso dai conservatori, sul piano economico e di mercato. In altri termini, dice Dreher, gli Stati Uniti sono nella condizione in cui sono, ossia sempre più ostile al pensiero cristiano, a causa di correnti di pensiero che paiono avverse ma che in realtà conducono a uno stesso punto. L’individualismo che avrebbe raggiunto il suo culmine ora ha le sue radici profonde nel Rinascimento e nella Riforma Protestante, nell’Illuminismo e nel successivo Romanticismo, nella rivoluzione industriale ed infine nel ’68 con la sua rivoluzione sessuale. Per Dreher, dal XIV al XXI secolo, l’Occidente ha sviluppato un pensiero che si è progressivamente allontanato dalle sue origini evangeliche. Con accenti in parte differenti, dice qualcosa di simile anche Marko Ivan Rupnik, teologo e artista gesuita, che – molto unito al magistero di Francesco – propone con forza l’esigenza di una conversione mettendo al centro lo Spirito e la relazione.

Se sulla diagnosi c’è concordanza, anche sulle strategie, a ben guardare, ci sono elementi comuni con chi non si riconosce necessariamente tra le file dei tradizionalisti. Dreher rilegge e ripropone la regola Benedettina per i laici di oggi, ossia per le famiglie statunitensi a cui si rivolge. I capitoli che parlano della regola, e che quindi sono la parte forte della strategia, indicano nell’ordine: l’ordine, la preghiera, il lavoro, l’ascesi, la stabilità, la comunità, l’ospitalità e l’equilibrio. Ciò che si propone pertanto più che una strategia di tipo politico o organizzativo, è un nuovo orientamento della vita intera mettendo al primo posto Dio (preghiera), e il servizio agli altri, attraverso la costruzione di una comunità (lavoro e relazione con gli altri). L’ascesi e la lotta, come molti altri concetti, sono mediati attraverso la lettura di “Dopo la Virtù” un libro di Alaisdar MacIntyre del 1981, che con il sociologo Charles Taylor, è più volte citato.

Il libro prosegue con riflessioni che riguardano la sfida educativa, la necessità di promuovere ambienti formativi e scuole (anche la home-schooling che negli Stati Uniti cresce) e quella di creare comunità vive, che vivono la fraternità cristiana. Il messaggio di fondo si potrebbe sintetizzare in questo modo: non facciamoci ingannare dalle apparenze, il mondo sta allontanandosi sempre più dal cristianesimo, invece di combatterlo direttamente fuori di noi (impresa inutile e disperata), facciamo crescere dentro il nostro essere cristiani. Siamo e saremo minoranza, prima di tutto rafforziamoci e con coraggio usciamo ad annunciare il vangelo, consapevoli che potremmo anche patire forme di persecuzione. Gli ultimi due capitoli sono dedicati all’eros e alla tecnologia come minacce concrete della vita cristiana, con cui non è possibile non fare i conti.

Il valore di questa lettura è, a mio avviso, il parlare di vita spirituale nel contesto culturale che si vive ogni giorno negli Stati Uniti, ossia quello di un mondo di idee e di modi di vita che sono specifici, diversi dal nostro ma pur sempre simili. Agli occhi di un europeo il libro appare fortemente statunitense, per questo chi abbia una qualche consuetudine con quell’ambiente è maggiormente in grado di percepirne la logica. Ma, fatte le dovute distinzioni, il contributo di Dreher anche alla nostra personale riflessione, penso sia molto positiva e stimolante.

 

Rod Dreher. L’Opzione Benedetto.

Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano.

Edizioni San Paolo, 2018

Persona vs Individuo

(di Giancarlo Polenghi)

Il libro è l’ultimo di una serie di undici volumi che illustrano aspetti chiave del magistero di papa Francesco. Rupnik, noto come artista oltre che come teologo, offre in questo testo una visione sintetica dei nodi che la contemporaneità pone di fronte a noi: la frammentazione e l’individualismo, e propone per scioglierli di ritornare alle origini, ossia di fare propria la lezione dei padri della Chiesa nei primi secoli cristiani, dando spazio allo Spirito Santo e alla relazione filiale con Dio.

Di grande importanza la sua distinzione tra individuo (l’io visto in sé stesso), e la persona (l’io in relazione), che si definisce a partire dall’Altro, come fa Gesù che parla e agisce per mostrare il Padre. “Chi vede me, vede il Padre”, “io sono in voi, e voi siete in me”, dice il Signore. La relazione, a partire dalla Trinità, ci permette di capire chi siano e dove andiamo. È il dinamismo dello Spirito che ci trasforma. La relazione personale ha una dimensione verticale e orizzontale insieme, perché la comunione con Cristo e quella con la Chiesa, con i fratelli, è la stessa cosa (o se preferite sono le due facce della stessa medaglia). Per entrare in questa relazione multistrato –come la definisce Rupnik -, in cui le persone sono una nell’altra (e non contrapposte), c’è bisogno della grazia, ossia di accedere alla vita di Cristo. Ciò che serve è l’accoglienza della grazia, molto più e prima della lotta ascetica individuale, perché la prima ci fa pensare e agire con Dio, la seconda rischia di diventare l’ennesima e pericolosa forma di efficientismo individualista – che ci isola dagli altri -, con le sue derive naturalistiche: il volontarismo (pelagianesimo) e l’intellettualismo (gnosi). Per spiegare il passaggio da individuo a persona l’autore commenta in dettaglio la storia di Abramo, dalla chiamata a uscire dalla sua terra fino alla richiesta del sacrificio di Isacco.

La premessa all’origine del libro è che siamo – come più volte ha affermato papa Francesco – di fronte a un cambiamento d’epoca. Secondo Rupnik è finito il tempo di “pensiero critico” che ha caratterizzato i diversi secoli antecedenti a noi e perciò quello che sembrava utile per annunciare la fede prima, ora non serve più. Siamo di fronte ad un nuovo tempo “organico” (diverso da quello critico), in cui la vita vissuta e la comunione sono l’unica possibile strada, proprio come era accaduto nei primi secoli. La fine di quest’epoca postmoderna è infatti contrassegnata da un estremo individualismo, da una frammentazione diffusa che colpisce anche le comunità cristiane pervase da una mentalità mondana, divisiva, di contrapposizione, a cui sfugge la logica del Padre e la sua misericordia.

I tre capitoli finali, dedicati allo Spirito, alla vita spirituale, e alla vita in Cristo, mettono in luce il ruolo chiave dei sacramenti e della liturgia. Soprattutto in chiave pasquale, di morte in Cristo e di resurrezione.

Questo libro è frutto della riflessione vitale e dell’esperienza dell’autore, oltre che dei suoi studi, come si può facilmente evincere conoscendo l’attività del Centro Aletti (che si autodefinisce “vita e lavoro come Comunione”) e dalla visione di molti interventi e conferenze rintracciabili online (tra i molti, l’intervista di Monica Mondo su Tv2000 nel programma Soul e l’intervento sull’evangelizzazione presso i cappuccini italiani).

Marko Ivan Rupnik. Secondo lo Spirito.

La teologia spirituale in cammino con la Chiesa di papa Francesco.

Libreria Editrice Vaticana, 2017, 192 pagine

Comunione attraverso il conflitto

(di Giancarlo Polenghi)

Il libro di De Certeau, uscito in francese nel 1968, non ha perso nulla della sua attualità. Anzi, si può dire che da quel momento a oggi i conflitti nella nostra società sono aumentati e una profonda riflessione su di essi si è fatta più urgente.

La tesi dell’autore è che il conflitto è parte essenziale del cristianesimo. C’è sempre conflitto, almeno potenziale, quando si ha a che fare con l’alterità. E Dio, per definizione, è Altro rispetto all’uomo. Cristo ha patito sulla croce perché, pur mite e umile di cuore, non ha evitato di “provocare” i farisei e i dottori della legge. Inoltre nello stesso vangelo si legge che Cristo è venuto a portare la spada, la divisione, anche se il rapporto con Gesù conduce all’unione, all’amore, con Dio e con i fratelli: come Gesù è unito al Padre, così anche voi siete in me, come io sono in voi e tra voi.

Il conflitto e l’unione sono allora, secondo l’autore, due realtà che misteriosamente convivono. Dovremmo riconoscere quindi che la relazione con Dio implica lo sforzo di stare in una dinamica che comprendendo l’Altro, il diverso da noi, l’estraneo, lo straniero, ci espone al conflitto, con Dio, con noi stessi e con gli altri. Dio ci supera e ci sorprende, perché non può stare nei nostri schemi logici e mentali e pertanto l’esperienza spirituale include anche il conflitto, come ben ci racconta la storia di Giacobbe che lotta, corpo a corpo, contro l’angelo di Dio.

Ecco il paradosso della “comunione attraverso il conflitto”, ossia la capacità di saper fare spazio all’Altro anche quando ci porta dove non vorremmo. Soffrire la divisione mentre si cerca, con fede e speranza, la comunione. Patire la croce come cammino necessario per la resurrezione.

“Mai senza l’altro” può diventare allora una sorta di cristiano mantra positivo, da ripetere nei momenti difficili, e nei conflitti più dolorosi.

Accettare il conflitto (tra uomo e donna, tra generazioni, tra fratelli) diventa una parte importante della vita cristiana perché attraverso di esso è possibile entrare in comunione con Dio e con il prossimo. Il segreto è saperlo accettare e vivere, come Cristo insegna, per quello che è. Il problema non è tanto il conflitto vissuto con carità e rispetto quanto l’indifferenza verso l’altro, o la confusione in cui le identità si perdono. Perché ci sia unione vera, e quindi libera, le differenze vanno accolte: ciò implica personalità forti, e allora, come su due solidi piloni, si può costruire un ponte che permette di attraversare il fiume e di superare gli ostacoli. Più una relazione è profonda, più c’è unione, e più c’è solitudine, o se preferiamo consapevolezza dell’incomunicabilità, della differenza. Il desiderio di unione è alimentato (o sfidato) dalla realtà sperimentata dell’incomprensione. Si tratta di accettare un cammino di gioia e dolore insieme.

La morte, afferma de Certau, è l’estrema conseguenza del conflitto. Una conseguenza che il cristiano accetta perché è solo attraverso di essa che si può giungere alla resurrezione. Morire a sé stessi. La qual cosa non si traduce nel cedere sulla verità, sulla giustizia, e soprattutto sulla carità, che contiene sia la verità che la giustizia ad un livello più alto e radicale. Bisogna accettare la morte dell’Ego vissuta fino alla fine, senza cancellare l’Ego, ossia, in definitiva, senza paura della sofferenza e della croce, del patimento. Perché si teme il conflitto? Talvolta per un fastidio formale nei confronti della disarmonia (non sta bene discutere), più frequentemente per paura della sofferenza che da esso nasce (per paura di ferirsi e ferire), o per scongiurare la solitudine e l’abbandono che potrebbero derivare dallo scontro. Ma in molti casi evitare il conflitto vuol dire evitare la relazione vera. Per paura del danno possibile ci si rende indifferenti. I rapporti si trasformano così in qualcosa di falso, di circostanziale, senza essere più capaci di guardarsi negli occhi. E se ci si guarda, si recita una parte, malamente, per il breve tempo delle interazioni non evitabili.

Il paradosso è quindi che per essere operatori di pace bisogna essere disposti a patire e ad esercitare violenza. Essere diversi, non uniformi, è cristiano. Perché il cristiano è sale e lievito destinato alla massa. Per definizione il cristiano realizza la sua missione nel rapporto con il diverso da sé, ma senza perdere il suo sapore, altrimenti non servirebbe a nulla. Così è cristiano cercare l’altro, sempre. Senza stancarsi. Perché senza l’altro non c’è Cristo. Questo significa, tra l’altro che una Chiesa che si rinchiudesse in sé stessa, non sarebbe la Chiesa di Cristo. Essere in uscita come Chiesa implica sia un dentro che un fuori, dove i due luoghi hanno senso proprio nella loro relazione reciproca. E così siamo passati dall’alterità di Dio all’alterità del fratello. E anche qui le relazioni sono biunivoche e necessarie.

Il Padre è diverso dal Figlio, eppure sono uniti, e la loro unione è lo Spirito dell’uno e dell’altro, il Paraclito, che Gesù ha inviato e che non ci abbandona mai. È sempre la Trinità il modello della vita cristiana. Non si tratta allora solo di lotta interiore, con se stessi, che pure è essenziale: c’è anche la differenza – la lotta – anche con il fratello, con la moglie, con il figlio, con l’amico, con il collega, che ha senso e dà senso. Una lotta piena di carità e rispetto, senza giudicare l’altro, ma senza sconti e facili mediazioni. Vivere in questo modo aiuta a crescere poiché stimola l’umiltà e la pazienza, consapevoli che la libertà è la base della relazione e che la verità tutta intera la possiede solo Dio. Noi non siamo Dio, ma cercando Dio, incontriamo il conflitto, che ci aiuta a trovarLo, e con il discernimento, cambiando o resistendo, continuiamo a cercare, sostenuti dalla Spirito.

Il conflitto va allora compreso, senza paura, specialmente all’interno della Chiesa, dove – come dice la lettera agli Ebrei nel capitolo 11 – bisogna saper coniugare la parresia (la franchezza) con l’hupomone (la capacità di essere pazienti e sottomessi).

In un tempo come il nostro, di individualismo esasperato e di frammentazione, è necessario trovare la saggezza divina per saper convertire in unione anche ciò che parrebbe solo divisione. Come è possibile fare ciò? Dal punto di vista puramente umano il paradosso è insuperabile, ma con la grazia di Dio tutto è possibile, anche trasformare il male in bene. I sacramenti, portandoci la vita di Cristo e lo Spirito Santo, costruiscono la Chiesa e la comunione, senza toglierci la sofferenza e la differenza nel conflitto. E con comunione e conflitto insieme si edificano allora le famiglie, i luoghi di lavoro e di vita quotidiana, che manifestano lo splendore della gloria di Dio.

Questo piccolo libro di Michael de Certau (autore anche di “Lo straniero o l’unione nella differenza”) penso sia utile a tutti coloro, e sono tanti, soffrono il conflitto. Perché capire che esso ha un senso e un significato, e ancor più, che è perfino una manifestazione della volontà  di Dio e della strada che a Lui conduce, può essere un’epifania sorprendente.

Michel de Certeau. Mai senza l’altro.

Edizioni Qiqajon, 1993. 176 p.

Gli affetti. Dare senso ai legami familiari e sociali

(di Giancarlo Polenghi)

Il libro di Raffaella Iafrate e di Anna Bertoni è una piccola perla nel panorama delle pubblicazioni a sostegno della famiglia e della sua riflessività di fronte alle sfide odierne. Il saggio nasce da un’attività di ricerca e di docenza più che decennale all’interno dell’Università Cattolica di Milano. Le cattedre di psicologia e di sociologia, facendo proprio un approccio teorico originale e fecondo che ha origine nel pensiero del sociologo Pierpaolo Donati, hanno sviluppato corsi di enrichment familiari, ossia di promozione e potenziamento delle famiglie in chiave sia di prevenzione che di sviluppo e il volume nasce proprio da questi corsi.

L’idea di base è che la famiglia, seppure oggi in particolare difficoltà, come ben sappiamo sia dagli studi che dalle esperienze personali, abbia in realtà al proprio interno le risorse per rinnovarsi e per uscire rafforzata dalle prove che deve affrontare. Ciò che serve principalmente è una riflessività di coppia e di famiglia che può essere stimolata nel dialogo con altre famiglie, una riflessività che tematizzi sia le nuove condizioni nelle quali si vive, sia il percorso di vita tipico di una famiglia, con le sfide specifiche di ciascuna fase.

Il volume si articola in tre capitoli. Nel primo si prendono in esame le parole chiave dell’educazione degli affetti (emozione e affetto, norma e responsabilità, fiducia e speranza, gli spazi e i tempi, le relazioni generative e quelle degenerative), nel secondo le parole chiave in azione nelle relazioni (quelle della coppia e quelle dell’educazione, sia a livello generatoriale che fraterno), per concludere, nel terzo capitolo, si presentano le medotologie per educare all’affettività. Un libro sugli affetti familiari potrebbe sembrare marginale rispetto alle sfide odierne, ma in realtà dietro la parola affetti si coglie il nocciolo delle relazioni famigliari con tutta la loro potenza generativa ma anche potenzialmente distruttiva. Gli affetti familiari sono la base dell’identità personale, la forza e la debolezza insieme dei singoli e dei gruppi come tali. Una maggiore competenza sulle relazioni permette di individuare strategie che promuovano la creazioni di beni relazionali e minimizzino quella dei mali relazionali.

La lettura è utile sia per coloro che hanno già partecipato ai corsi di enrichment familiare promossi dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, che per coloro che vogliano saperne di più in vista di una eventuale partecipazione o anche per meglio conoscere l’approccio originale messo a punto da questa scuola di pensiero (Pierpaolo Donati, Giovanna Rossi, Eugenia Scabini, Raffaella Iafrate).

Raffaella Iafrate, Anna Bertoni.

Gli affetti. Dare senso ai legami familiari e sociali

Editrice La Scuola, 2010. 160 pag.  9 Euro.

Risurrezione. Istruzioni per l’uso.

Fabrice Hadjadj ha il dono di saper scrivere con arguzia e profondità. La sua prosa è capace di far ridere o almeno sorridere, anche mentre tocca argomenti legati all’essenza stessa del cristianesimo. Nel volume “Risurrezione, istruzioni per l’uso” ciascuno dei dodici capitoli (più un’introduzione e un epilogo), sono introdotti da un brano evangelico sempre relativo alla risurrezione a cui segue un commento che mette in luce il miracolo che “non sospendendo il corso ordinario delle cose, lo fa per riaprire i nostri occhi chiusi dalla routine e svelare il dono nascosto dietro il tran tran abituale.”

L’autore dopo aver sperimentato in prima persona che cosa significa guardare e ascoltare la vita come manifestazione della presenza del Padre – e del Risorto –, si diverte a stimolare il lettore a fare altrettanto. Mentre oggi leggevo il suo libro, in una sala di aspetto di un ospedale, avevo un perenne sorriso stampato in volto. Il suo argomentare, le sue osservazioni, ricche di paradossi, e di battute, sono intuizioni che gettano una luce nuova e antica sulle pagine finali dei quattro vangeli. Il commento è molto libero e aperto e rimbalza dal testo scritturistico alla banalità del quotidiano, dai problemi del nostro vivere postmoderno, transumano e iper-tecnologico, alle questioni più delicate ed eterne.

Quest’estate, ho passato un paio di giorni con Fabrice e Siffreine, e i loro 8 figli, e stare con loro per una breve vacanza è stato interessante, perché ho potuto costatare come nel ritmo famigliare – alquanto complicato, non c’è che dire – nascono i libri di spiritualità di questo originale autore. Moises, l’ultimo nato degli Hadjadj poco prima di Pasqua, è oggetto delle premure del padre, del seno e delle cure della madre, e dell’attenzione di tutti i fratellini. Il più piccolo è al centro, e sembra che tutta la famiglia sappia vedere nel neonato qualcosa di più di un semplice neonato. L’allegra baraonda di una famiglia decisamente speciale, un po’ come quella dei “pazzerelli di Dio”, ha una forza magnetica, la stessa che si ritrova nelle pagine del libro. Il tutto potrebbe riassumersi nella bellezza e durezza del reale. C’è da farsi del male, ma si vive davvero e non ci si può mai annoiare.

Il suo intento nel libro è di mostrare “la gloria che sposa il quotidiano” e in questo senso si può dire che la sua è una spiritualità materializzata, che cerca Dio tra le pentole, come faceva santa Teresa d’Avila o san Josemaria Escrivà. In questo senso Fabrice scrive di fede e di risurrezione perché è ciò che cerca e vive (o almeno si sforza di vivere) in una quotidiana battaglia di sopravvivenza.

La sua riflessione è molto umana e coglie per questo il divino dell’umano. La prossimità e il riconoscere Dio nell’altro, senza dimenticare la digestione, l’ordine della casa, il denaro come eterna tentazione di virtualità – opposta alla realtà -, solo per elencare alcuni dei temi. Un libro che si legge di fiato. Denso, stimolante, profondo e leggero. Molto francese, e molto coerente. Come l’autore, o meglio gli autori.

Fabrice Hadjadj.

Risurrezione. Istruzioni per l’uso.

Edizioni Ares 2017, 176 pagine, 15 euro