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Comunione attraverso il conflitto

(di Giancarlo Polenghi)

Il libro di De Certeau, uscito in francese nel 1968, non ha perso nulla della sua attualità. Anzi, si può dire che da quel momento a oggi i conflitti nella nostra società sono aumentati e una profonda riflessione su di essi si è fatta più urgente.

La tesi dell’autore è che il conflitto è parte essenziale del cristianesimo. C’è sempre conflitto, almeno potenziale, quando si ha a che fare con l’alterità. E Dio, per definizione, è Altro rispetto all’uomo. Cristo ha patito sulla croce perché, pur mite e umile di cuore, non ha evitato di “provocare” i farisei e i dottori della legge. Inoltre nello stesso vangelo si legge che Cristo è venuto a portare la spada, la divisione, anche se il rapporto con Gesù conduce all’unione, all’amore, con Dio e con i fratelli: come Gesù è unito al Padre, così anche voi siete in me, come io sono in voi e tra voi.

Il conflitto e l’unione sono allora, secondo l’autore, due realtà che misteriosamente convivono. Dovremmo riconoscere quindi che la relazione con Dio implica lo sforzo di stare in una dinamica che comprendendo l’Altro, il diverso da noi, l’estraneo, lo straniero, ci espone al conflitto, con Dio, con noi stessi e con gli altri. Dio ci supera e ci sorprende, perché non può stare nei nostri schemi logici e mentali e pertanto l’esperienza spirituale include anche il conflitto, come ben ci racconta la storia di Giacobbe che lotta, corpo a corpo, contro l’angelo di Dio.

Ecco il paradosso della “comunione attraverso il conflitto”, ossia la capacità di saper fare spazio all’Altro anche quando ci porta dove non vorremmo. Soffrire la divisione mentre si cerca, con fede e speranza, la comunione. Patire la croce come cammino necessario per la resurrezione.

“Mai senza l’altro” può diventare allora una sorta di cristiano mantra positivo, da ripetere nei momenti difficili, e nei conflitti più dolorosi.

Accettare il conflitto (tra uomo e donna, tra generazioni, tra fratelli) diventa una parte importante della vita cristiana perché attraverso di esso è possibile entrare in comunione con Dio e con il prossimo. Il segreto è saperlo accettare e vivere, come Cristo insegna, per quello che è. Il problema non è tanto il conflitto vissuto con carità e rispetto quanto l’indifferenza verso l’altro, o la confusione in cui le identità si perdono. Perché ci sia unione vera, e quindi libera, le differenze vanno accolte: ciò implica personalità forti, e allora, come su due solidi piloni, si può costruire un ponte che permette di attraversare il fiume e di superare gli ostacoli. Più una relazione è profonda, più c’è unione, e più c’è solitudine, o se preferiamo consapevolezza dell’incomunicabilità, della differenza. Il desiderio di unione è alimentato (o sfidato) dalla realtà sperimentata dell’incomprensione. Si tratta di accettare un cammino di gioia e dolore insieme.

La morte, afferma de Certau, è l’estrema conseguenza del conflitto. Una conseguenza che il cristiano accetta perché è solo attraverso di essa che si può giungere alla resurrezione. Morire a sé stessi. La qual cosa non si traduce nel cedere sulla verità, sulla giustizia, e soprattutto sulla carità, che contiene sia la verità che la giustizia ad un livello più alto e radicale. Bisogna accettare la morte dell’Ego vissuta fino alla fine, senza cancellare l’Ego, ossia, in definitiva, senza paura della sofferenza e della croce, del patimento. Perché si teme il conflitto? Talvolta per un fastidio formale nei confronti della disarmonia (non sta bene discutere), più frequentemente per paura della sofferenza che da esso nasce (per paura di ferirsi e ferire), o per scongiurare la solitudine e l’abbandono che potrebbero derivare dallo scontro. Ma in molti casi evitare il conflitto vuol dire evitare la relazione vera. Per paura del danno possibile ci si rende indifferenti. I rapporti si trasformano così in qualcosa di falso, di circostanziale, senza essere più capaci di guardarsi negli occhi. E se ci si guarda, si recita una parte, malamente, per il breve tempo delle interazioni non evitabili.

Il paradosso è quindi che per essere operatori di pace bisogna essere disposti a patire e ad esercitare violenza. Essere diversi, non uniformi, è cristiano. Perché il cristiano è sale e lievito destinato alla massa. Per definizione il cristiano realizza la sua missione nel rapporto con il diverso da sé, ma senza perdere il suo sapore, altrimenti non servirebbe a nulla. Così è cristiano cercare l’altro, sempre. Senza stancarsi. Perché senza l’altro non c’è Cristo. Questo significa, tra l’altro che una Chiesa che si rinchiudesse in sé stessa, non sarebbe la Chiesa di Cristo. Essere in uscita come Chiesa implica sia un dentro che un fuori, dove i due luoghi hanno senso proprio nella loro relazione reciproca. E così siamo passati dall’alterità di Dio all’alterità del fratello. E anche qui le relazioni sono biunivoche e necessarie.

Il Padre è diverso dal Figlio, eppure sono uniti, e la loro unione è lo Spirito dell’uno e dell’altro, il Paraclito, che Gesù ha inviato e che non ci abbandona mai. È sempre la Trinità il modello della vita cristiana. Non si tratta allora solo di lotta interiore, con se stessi, che pure è essenziale: c’è anche la differenza – la lotta – anche con il fratello, con la moglie, con il figlio, con l’amico, con il collega, che ha senso e dà senso. Una lotta piena di carità e rispetto, senza giudicare l’altro, ma senza sconti e facili mediazioni. Vivere in questo modo aiuta a crescere poiché stimola l’umiltà e la pazienza, consapevoli che la libertà è la base della relazione e che la verità tutta intera la possiede solo Dio. Noi non siamo Dio, ma cercando Dio, incontriamo il conflitto, che ci aiuta a trovarLo, e con il discernimento, cambiando o resistendo, continuiamo a cercare, sostenuti dalla Spirito.

Il conflitto va allora compreso, senza paura, specialmente all’interno della Chiesa, dove – come dice la lettera agli Ebrei nel capitolo 11 – bisogna saper coniugare la parresia (la franchezza) con l’hupomone (la capacità di essere pazienti e sottomessi).

In un tempo come il nostro, di individualismo esasperato e di frammentazione, è necessario trovare la saggezza divina per saper convertire in unione anche ciò che parrebbe solo divisione. Come è possibile fare ciò? Dal punto di vista puramente umano il paradosso è insuperabile, ma con la grazia di Dio tutto è possibile, anche trasformare il male in bene. I sacramenti, portandoci la vita di Cristo e lo Spirito Santo, costruiscono la Chiesa e la comunione, senza toglierci la sofferenza e la differenza nel conflitto. E con comunione e conflitto insieme si edificano allora le famiglie, i luoghi di lavoro e di vita quotidiana, che manifestano lo splendore della gloria di Dio.

Questo piccolo libro di Michael de Certau (autore anche di “Lo straniero o l’unione nella differenza”) penso sia utile a tutti coloro, e sono tanti, soffrono il conflitto. Perché capire che esso ha un senso e un significato, e ancor più, che è perfino una manifestazione della volontà  di Dio e della strada che a Lui conduce, può essere un’epifania sorprendente.

Michel de Certeau. Mai senza l’altro.

Edizioni Qiqajon, 1993. 176 p.

Gli affetti. Dare senso ai legami familiari e sociali

(di Giancarlo Polenghi)

Il libro di Raffaella Iafrate e di Anna Bertoni è una piccola perla nel panorama delle pubblicazioni a sostegno della famiglia e della sua riflessività di fronte alle sfide odierne. Il saggio nasce da un’attività di ricerca e di docenza più che decennale all’interno dell’Università Cattolica di Milano. Le cattedre di psicologia e di sociologia, facendo proprio un approccio teorico originale e fecondo che ha origine nel pensiero del sociologo Pierpaolo Donati, hanno sviluppato corsi di enrichment familiari, ossia di promozione e potenziamento delle famiglie in chiave sia di prevenzione che di sviluppo e il volume nasce proprio da questi corsi.

L’idea di base è che la famiglia, seppure oggi in particolare difficoltà, come ben sappiamo sia dagli studi che dalle esperienze personali, abbia in realtà al proprio interno le risorse per rinnovarsi e per uscire rafforzata dalle prove che deve affrontare. Ciò che serve principalmente è una riflessività di coppia e di famiglia che può essere stimolata nel dialogo con altre famiglie, una riflessività che tematizzi sia le nuove condizioni nelle quali si vive, sia il percorso di vita tipico di una famiglia, con le sfide specifiche di ciascuna fase.

Il volume si articola in tre capitoli. Nel primo si prendono in esame le parole chiave dell’educazione degli affetti (emozione e affetto, norma e responsabilità, fiducia e speranza, gli spazi e i tempi, le relazioni generative e quelle degenerative), nel secondo le parole chiave in azione nelle relazioni (quelle della coppia e quelle dell’educazione, sia a livello generatoriale che fraterno), per concludere, nel terzo capitolo, si presentano le medotologie per educare all’affettività. Un libro sugli affetti familiari potrebbe sembrare marginale rispetto alle sfide odierne, ma in realtà dietro la parola affetti si coglie il nocciolo delle relazioni famigliari con tutta la loro potenza generativa ma anche potenzialmente distruttiva. Gli affetti familiari sono la base dell’identità personale, la forza e la debolezza insieme dei singoli e dei gruppi come tali. Una maggiore competenza sulle relazioni permette di individuare strategie che promuovano la creazioni di beni relazionali e minimizzino quella dei mali relazionali.

La lettura è utile sia per coloro che hanno già partecipato ai corsi di enrichment familiare promossi dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, che per coloro che vogliano saperne di più in vista di una eventuale partecipazione o anche per meglio conoscere l’approccio originale messo a punto da questa scuola di pensiero (Pierpaolo Donati, Giovanna Rossi, Eugenia Scabini, Raffaella Iafrate).

Raffaella Iafrate, Anna Bertoni.

Gli affetti. Dare senso ai legami familiari e sociali

Editrice La Scuola, 2010. 160 pag.  9 Euro.

Risurrezione. Istruzioni per l’uso.

Fabrice Hadjadj ha il dono di saper scrivere con arguzia e profondità. La sua prosa è capace di far ridere o almeno sorridere, anche mentre tocca argomenti legati all’essenza stessa del cristianesimo. Nel volume “Risurrezione, istruzioni per l’uso” ciascuno dei dodici capitoli (più un’introduzione e un epilogo), sono introdotti da un brano evangelico sempre relativo alla risurrezione a cui segue un commento che mette in luce il miracolo che “non sospendendo il corso ordinario delle cose, lo fa per riaprire i nostri occhi chiusi dalla routine e svelare il dono nascosto dietro il tran tran abituale.”

L’autore dopo aver sperimentato in prima persona che cosa significa guardare e ascoltare la vita come manifestazione della presenza del Padre – e del Risorto –, si diverte a stimolare il lettore a fare altrettanto. Mentre oggi leggevo il suo libro, in una sala di aspetto di un ospedale, avevo un perenne sorriso stampato in volto. Il suo argomentare, le sue osservazioni, ricche di paradossi, e di battute, sono intuizioni che gettano una luce nuova e antica sulle pagine finali dei quattro vangeli. Il commento è molto libero e aperto e rimbalza dal testo scritturistico alla banalità del quotidiano, dai problemi del nostro vivere postmoderno, transumano e iper-tecnologico, alle questioni più delicate ed eterne.

Quest’estate, ho passato un paio di giorni con Fabrice e Siffreine, e i loro 8 figli, e stare con loro per una breve vacanza è stato interessante, perché ho potuto costatare come nel ritmo famigliare – alquanto complicato, non c’è che dire – nascono i libri di spiritualità di questo originale autore. Moises, l’ultimo nato degli Hadjadj poco prima di Pasqua, è oggetto delle premure del padre, del seno e delle cure della madre, e dell’attenzione di tutti i fratellini. Il più piccolo è al centro, e sembra che tutta la famiglia sappia vedere nel neonato qualcosa di più di un semplice neonato. L’allegra baraonda di una famiglia decisamente speciale, un po’ come quella dei “pazzerelli di Dio”, ha una forza magnetica, la stessa che si ritrova nelle pagine del libro. Il tutto potrebbe riassumersi nella bellezza e durezza del reale. C’è da farsi del male, ma si vive davvero e non ci si può mai annoiare.

Il suo intento nel libro è di mostrare “la gloria che sposa il quotidiano” e in questo senso si può dire che la sua è una spiritualità materializzata, che cerca Dio tra le pentole, come faceva santa Teresa d’Avila o san Josemaria Escrivà. In questo senso Fabrice scrive di fede e di risurrezione perché è ciò che cerca e vive (o almeno si sforza di vivere) in una quotidiana battaglia di sopravvivenza.

La sua riflessione è molto umana e coglie per questo il divino dell’umano. La prossimità e il riconoscere Dio nell’altro, senza dimenticare la digestione, l’ordine della casa, il denaro come eterna tentazione di virtualità – opposta alla realtà -, solo per elencare alcuni dei temi. Un libro che si legge di fiato. Denso, stimolante, profondo e leggero. Molto francese, e molto coerente. Come l’autore, o meglio gli autori.

Fabrice Hadjadj.

Risurrezione. Istruzioni per l’uso.

Edizioni Ares 2017, 176 pagine, 15 euro

L’urgenza della teologia del corpo

Yves Semen. La sessualità secondo Giovanni Paolo II.

Edizioni San Paolo 2005, 202 pagine, 12 euro

(di Giancarlo Polenghi)

Papa Francesco ha da poco (il 20 agosto 2018) inviato una lettera al Popolo di Dio chiedendo perdono per i peccati propri e altrui all’indomani della pubblicazione del rapporto su casi di pedofilia nelle diocesi della Pannsylvania (Stati Uniti). In questa lettera si raccomanda la preghiera e il digiuno come forme per impegnarsi in un cammino di rinnovata conversione.

Di fronte allo scandalo e alle fragilità di tanti, sia nella Chiesa sia al di fuori di essa, pare opportuno richiamare l’attenzione su un testo del 2005 di Yves Semen (La sessualità secondo Giovanni Paolo II, Edizioni San Paolo 2005) che aiuta a riflettere in profondità sulla cosiddetta “Teologia del Corpo” di san Giovanni Paolo II.

Il testo è una breve e attenta introduzione alle catechesi sull’amore che il pontefice realizzò nei suoi primi 4 anni di pontificato (dal 1978 al 1983) pubblicata poi integralmente nel 2001 in un volume dal titolo “Uomo e donna lo creò” dalla casa editrice Città Nuova.

La teologia del corpo, che è stata definita una “bomba teologica a orologeria”, ha un’enorme importanza per saper cogliere l’essenza del cristianesimo a partire dalla corporeità e dalla sessualità. Il pensiero di Karol Wojtyla è illustrato in 5 capitoli che mettono in luce rispettivamente, (1) il suo approccio inedito alla sessualità, (2) il piano di Dio su di essa, (3) il peccato, il desiderio e la concupiscenza, (4) il matrimonio, la redenzione e la resurrezione, e (5) la sessualità e la santità. A mio avviso un rischio che si è corso, e che si corre tutt’ora, è di relegare la teologia del corpo alla sola pastorale famigliare, dimenticando che essa va ben al là di questo pur importantissimo tema. L’urgenza di una comprensione più profonda del corpo e della sessualità è oggi primaria anche di fronte alle sfide che la nostra società sempre più liquida e individualizzata pone. All’origine della teologia del corpo c’è la stessa Trinità e la sua natura di relazione pura. La sua parola chiave è donazione, che è l’esatto contrario di desiderio di possesso e di potere. E papa Francesco, nella lettera citata, fa riferimento alla necessità di “ vincere la bramosia di dominio e di possesso che tante volte diventa radice” dei mali del clericalismo e dell’abuso.

In una precedente recensione si segnalava un libro di Therese Hargot (Una gioventù sessualmente liberata – o quasi –) che, con un taglio completamente diverso, tocca pure questi temi. Della stessa autrice (con il vescovo ausiliare di Lione Emmanuel Gobilliard) è stato appena pubblicato “Aime, et ce que tu veux, fais-le!”  (ed. Albin Michel).

 

Buoni genitori, figli liberi e pensanti

il giorno 7 Febbraio 2015 si è svolto il 4° incontro del ciclo “L’avventura educativa: in viaggio insieme” promosso dall’Associazione di Promozione Sociale  “Familiar-mente”.

Relatore dell’incontro è stato il prof. Franco Poterzio  sul tema:

Buoni genitori,

figli liberi e pensanti

L’incontro si è svolto presso la sala convegni della sede centrale della Misericordia a Prato, in via Galcianese 17/2.

Note sul relatore:

Franco Poterzio, medico-psichiatra, ricercatore presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Milano fino al 2007, si è occupato di assistenza, di didattica e di ricerca.
Ha collaborato con l’Università Campus Biomedico di Roma nel Servizio di Psichiatria di consultazione e collegamento e per vari anni ha avuto l’incarico di docenza di Psichiatria clinica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano oltre a insegnare Psicopatologia generale e Igiene mentale presso la Scuola di Specializzazione in Psichiatria della stessa Università.
Alla Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università della Santa Croce in Roma tiene un seminario annuale sulle perizie psichiatriche nei processi di nullità matrimoniale.
Da alcuni anni è consulente presso il Centro per i disturbi del comportamento alimentare dell’Ospedale Niguarda di Milano.

Far Famiglia 2015 – nuovo ciclo

Far Famiglia è un’associazione di Promozione Sociale che si propone di aiutare i genitori nel compito di educare i figli e di contribuire a migliorare la vita in famiglia.

 

Il Programma di Educazione Familiare ( P.E.F. ) si svolge moduli di tre incontri, una volta al mese.

È caratteristico di far Famiglia la dimensione positiva dell’educazione: è più efficace scoprire e potenziare gli atteggiamenti positivi che correggere quelli negativi.

I libri di far Famiglia sono semplici, didattici, pratici e coordinati. Essi sono stati scritti per essere studiati nelle Scuole di Famiglia; gli Autori sono specialisti nei temi che trattano e hanno esperienza in campo educativo.
Per approfondire e per vedere il catalogo dei libri visita il sito web www.farfamiglia.it

Far Famiglia in Toscana organizza incontri a Firenze e a Pistoia.

Gli incontri a Firenze si tengono a Via del fiorino 12, con servizio babysitter.

Gii incontri a Pistoia si tengono a Villa Rospigliosi.

 

Sono benvenute famiglie amiche.
Per info: Paolo Bentivegna 345 7320088
Email: paolo.bentivegna@ge.com

Tinos. Il racconto di una famiglia in viaggio!

La bella isola di Tinos, in Grecia, nell’arcipelago delle Cicladi, è stata la meta delle vacanze estive di Paolo e la sua famiglia.

Vi invitiamo a leggere il bel racconto di viaggio a Tinos, che potrebbe essere una proposta interessante per le nostre prossime vacanze in Grecia.

 

TINOS L’ISOLA DELLA MADONNA

Siamo stati per 9 giorni da sogno, dal 22 luglio al 31 luglio 2010, in una bella isola.

Cercavamo un clima salubre per guarire mia figlia dalla broncopolmonite e dalla sinusite. Cercavo la messa quotidiana, spiagge belle e non affollate, in un posto lontano dai circuiti di massa ma non del tutto selvaggio e dove ci fosse storia e cultura. E abbiamo trovato tutto questo!

In Grecia, nell’arcipelago delle Cicladi, c’è Tinos: un’isola che grazie alla tutela della Madonna è stata preservata dal turismo di massa e dalle sue degenerazioni pur avendo tutte le caratteristiche per diventare una delle mete più ambite.

Vi soffia un vento costante da nord, a volte violento che viene chiamato il medico di Tinos perché spazza via batteri e malanni. E in effetti funziona. L’isola ha i colori classici dell’Egeo: il mare color manto di Madonna che si fonde con il cielo azzurro e la terra somiglia a quella della Terra Santa.

L’isola dispone di molte sorgenti di acqua dolce e di torrenti mai secchi persino d’estate, isola brulla ma interamente dissodata e lavorata dai contadini del luogo, verdissima nei luoghi dove affiorano le sorgenti di acqua come oasi nel deserto che creano un effetto scenico stupendo. Memorabili i bagni in baie dal mare pulitissimo, con effetti scenografici degni delle più belle spiagge della Sardegna fuori stagione oppure dei mari esotici; a volte eravamo solo 3/7 bagnanti nelle ore di punta. Sabbia e scogli e mare azzurro solo per noi donatoci in prestito dall’immensa generosità del Creatore, esagerato per amore.

Ben servita dai traghetti, con 15 km di spiagge alcune attrezzate, appartamenti in affitto di qualita’ puliti e ben serviti, prezzi economici e la cucina locale di ottima qualità.

Il turismo tradizionale che si svolge da aprile a ottobre, quello religioso, lo sfruttamento delle cave di marmo di grande qualità, la pesca e l’agricoltura fanno di Tinos un’isola ricca.

La ricchezza generale è elevata perché Nostra Madre, come ogni mamma terrena, vuole che non ci manchi il necessario, vuole che ci arricchiamo con sobrietà, che si faccia un buon lavoro che renda grazie a Suo Figlio. Grazie alla Madonna si è sviluppato il turismo religioso ortodosso che si svolge tutto l’anno nel Santuario detto anche la “Lourdes degli ortodossi“, dove è conservata l’Icona Sacra della Madonna, attribuita a San Luca e ritrovata miracolosamente nel 1823. Tutti i giorni, durante tutto l’anno, al mattino 4/6 traghetti portano migliaia di pellegrini che visitano il santuario. Forte è la fede dei pellegrini per la Madonna tanto che la salita al santuario viene spesso svolta in ginocchio e il premio è sicuramente grande. Tutti si vestono con cura e molte donne ancora si coprono i capelli. A Tinos ci sono pochi locali notturni racchiusi nel centro storico sotto il Santuario della Madonna. Tutti chiudono alle tre e i giovani che li frequentano sono quasi tutti greci ben vestiti e non si notano degenerazioni.

Davanti a Tinos, a mezz’ora di traghetto, per gli appassionati di cultura antica e archeologia c’è l’isola di Delos, un vero museo all’aperto, e Mikonos, luogo di divertimento trasgressivo che lentamente sta ritornando a un turismo più familiare.

Vi sono cattolici e ortodossi in egual numero e sembra che vadano molto d’accordo, sono entrambi molto patrioti. Tinos infatti rappresenta un baluardo per i cattolici. E’ il luogo in Grecia dove in percentuale ve ne sono di pìù , grosso modo il 40% contro l’1,5% della media nazionale. I cattolici sono numerosi grazie alla dominazione veneziana che durò per più di 500 anni fino al 1713. A Loutra vi sono i Gesuiti e fino agli anni Cinquanta erano presenti le Orsoline che gestivano un educandato dove i figli migliori di Grecia vi erano educati. Ora si sono trasferite ad Atene, ma il vecchio collegio è rimasto intatto ed è diventato un interessante museo da visitare.

A Tinos la Santa Messa domenicale è alle ore 10.00, le Sante Messe feriali sono sempre alle ore 20.00. San Nicola a Tinos è stata la nostra chiesa di riferimento. Una volta sono stato a Mesrini, piccolo centro rurale nell’entroterra, dove dopo la messa gli abitanti del paese si organizzano e offrono pasticcini e vino locale. La Messa è così oltre che il momento d’incontro con Cristo anche quello in cui gli uomini del paese rinsaldano i legami con gli uomini compagni d’avventura sulla terra.

Un’altra Messa l’abbiamo presa al Santuario curato dai Gesuiti, del Sacro Cuore di Gesù all’Exomburgo, ed è stata una grande grazia: era il 15° anniversario di matrimonio e abbiamo domandato al sacerdote di benedire la nostra unione. Il Padre officiante esagerando, a imitazione di Gesù che creò e mise a disposizione l’universo per l’uomo, ha voluto fare una messa in nostro onore traducendo il messale dal francese all’italiano con grande sforzo di volontà. Eravamo a messa solo noi quattro, il sacerdote e due chierichetti. Quella sera, nonostante fossimo solitari in cima a un monte e il vento soffiasse violento insinuandosi e fischiando nei numerosi pertugi creando un clima di suspence e da fine del mondo, ci sentimmo avvolti dal manto protettivo della Madonna che ci porse a Suo Figlio per benedirci nonostante tutte le nostre mancanze e che non finiremo mai di ringraziare.

L’Exomburgo è un luogo su un monte scosceso che domina tutta l’isola, è stato il simbolo per 500 anni della resistenza Veneziana all’Islam. Ho parlato con il parroco di San Nicola e Mesrini, Padre Foskolos. Gli ho regalato Cammino in versione tascabile, Cammino, Solco e Forgia in versione rilegata e Amici di Dio. Padre Foskolos cercava un edizione di Cammino in Greco ed è riuscito a trovarla con grandissima difficoltà perché in Grecia è stata fatta solo una traduzione negli anni 1970 da un prete spagnolo. Il sacerdote sarebbe interessato ad avere altri scritti dell’Opera tradotti in Greco.

Sull’isola, a Xinara, dove risiede l’Arcivescovado, ci sono gli Archivi dell’Episcopato Cattolico di Tinos con migliaia e migliaia di documenti originali, tra cui codici giuridici e lettere scambiate tra gli ortodossi, Venezia e i Turchi. Tutto è consultabile e la visita si completa nel museo. La biblioteca viene continuamente aggiornata.

In conclusione, per chi aveva sempre evitato le vacanze in Grecia per le oggettive difficoltà di accesso ai sacramenti, un buon consiglio è andare a Tinos dove si possono trovare tranquillità e riposo, bellezza e semplicità, godimento del creato e i mezzi necessari a combattere le insidie da stress che ci trasciniamo dal nostro mondo senza riferimenti che sta smarrendo i valori .

Paolo G. e famiglia

LETTERA DELL’ARCIVESCOVO ALLE FAMIGLIE IN OCCASIONE DELLA SANTA PASQUA

Carissimi fratelli e carissime sorelle nel Signore,

 

torno volentieri nelle vostre case in occasione della visita alle famiglie che le parrocchie svolgono di norma nei mesi che precedono la Pasqua e vi ringrazio per l’accoglienza che riservate a queste parole, scritte per crescere insieme come Chiesa fiorentina. Quest’anno prendo a tema la figura del sacerdote, seguendo l’indicazione del Papa Benedetto XVI, che da giugno 2009 a giugno 2010 ha voluto un ‘anno sacerdotale’, un anno dedicato a sostenere i sacerdoti nel loro ministero e a invitare tutti i fedeli a riscoprire l’importanza del sacerdozio nella Chiesa. Scrivo queste pagine guardando non solo alla dottrina ma facendo tesoro anche della mia esperienza di sacerdote. E le scrivo con fiducia, perché immagino che la maggior parte di voi abbia potuto sperimentare nella propria vita la vicinanza di un prete come un dono di grazia del Signore, orientamento e sostegno per la vostra vita. Nella vicinanza dei preti alla gente registriamo uno delle note più positive dell’esperienza di Chiesa nel nostro Paese.

Preti in risposta a una chiamata del Signore

A questo un prete giunge dopo un lungo cammino, che inizia con la generosa risposta a una chiamata che viene da Dio. Ed è nella famiglia che matura l’ascolto della voce del Signore che porta un ragazzo, un giovane a scoprire che proprio questo egli vuole da lui: farsi suo servitore come pastore del popolo di Dio. Il prete non si pone tra la gente come un qualsiasi leader di un gruppo, né si sceglie da solo questo ruolo nella vita, come fosse un mestiere qualsiasi: preti si diventa per chiamata di Dio, in risposta a un suo disegno, a una sua vocazione. Che la vita sia risposta a una vocazione vale certamente per ogni persona; anche il matrimonio è frutto di un progetto di Dio sulla vita di un uomo e di una donna; la stessa attività lavorativa, in quanto collaborazione all’opera creatrice di Dio, dovrebbe poter corrispondere a una specifica inclinazione, mediante la quale ciascuno trova il posto che Dio gli ha affidato nel mondo. […]

continua a leggere QUI la lettera dell’Arcivescovo alle famiglie