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Comunione attraverso il conflitto

(di Giancarlo Polenghi)

Il libro di De Certeau, uscito in francese nel 1968, non ha perso nulla della sua attualità. Anzi, si può dire che da quel momento a oggi i conflitti nella nostra società sono aumentati e una profonda riflessione su di essi si è fatta più urgente.

La tesi dell’autore è che il conflitto è parte essenziale del cristianesimo. C’è sempre conflitto, almeno potenziale, quando si ha a che fare con l’alterità. E Dio, per definizione, è Altro rispetto all’uomo. Cristo ha patito sulla croce perché, pur mite e umile di cuore, non ha evitato di “provocare” i farisei e i dottori della legge. Inoltre nello stesso vangelo si legge che Cristo è venuto a portare la spada, la divisione, anche se il rapporto con Gesù conduce all’unione, all’amore, con Dio e con i fratelli: come Gesù è unito al Padre, così anche voi siete in me, come io sono in voi e tra voi.

Il conflitto e l’unione sono allora, secondo l’autore, due realtà che misteriosamente convivono. Dovremmo riconoscere quindi che la relazione con Dio implica lo sforzo di stare in una dinamica che comprendendo l’Altro, il diverso da noi, l’estraneo, lo straniero, ci espone al conflitto, con Dio, con noi stessi e con gli altri. Dio ci supera e ci sorprende, perché non può stare nei nostri schemi logici e mentali e pertanto l’esperienza spirituale include anche il conflitto, come ben ci racconta la storia di Giacobbe che lotta, corpo a corpo, contro l’angelo di Dio.

Ecco il paradosso della “comunione attraverso il conflitto”, ossia la capacità di saper fare spazio all’Altro anche quando ci porta dove non vorremmo. Soffrire la divisione mentre si cerca, con fede e speranza, la comunione. Patire la croce come cammino necessario per la resurrezione.

“Mai senza l’altro” può diventare allora una sorta di cristiano mantra positivo, da ripetere nei momenti difficili, e nei conflitti più dolorosi.

Accettare il conflitto (tra uomo e donna, tra generazioni, tra fratelli) diventa una parte importante della vita cristiana perché attraverso di esso è possibile entrare in comunione con Dio e con il prossimo. Il segreto è saperlo accettare e vivere, come Cristo insegna, per quello che è. Il problema non è tanto il conflitto vissuto con carità e rispetto quanto l’indifferenza verso l’altro, o la confusione in cui le identità si perdono. Perché ci sia unione vera, e quindi libera, le differenze vanno accolte: ciò implica personalità forti, e allora, come su due solidi piloni, si può costruire un ponte che permette di attraversare il fiume e di superare gli ostacoli. Più una relazione è profonda, più c’è unione, e più c’è solitudine, o se preferiamo consapevolezza dell’incomunicabilità, della differenza. Il desiderio di unione è alimentato (o sfidato) dalla realtà sperimentata dell’incomprensione. Si tratta di accettare un cammino di gioia e dolore insieme.

La morte, afferma de Certau, è l’estrema conseguenza del conflitto. Una conseguenza che il cristiano accetta perché è solo attraverso di essa che si può giungere alla resurrezione. Morire a sé stessi. La qual cosa non si traduce nel cedere sulla verità, sulla giustizia, e soprattutto sulla carità, che contiene sia la verità che la giustizia ad un livello più alto e radicale. Bisogna accettare la morte dell’Ego vissuta fino alla fine, senza cancellare l’Ego, ossia, in definitiva, senza paura della sofferenza e della croce, del patimento. Perché si teme il conflitto? Talvolta per un fastidio formale nei confronti della disarmonia (non sta bene discutere), più frequentemente per paura della sofferenza che da esso nasce (per paura di ferirsi e ferire), o per scongiurare la solitudine e l’abbandono che potrebbero derivare dallo scontro. Ma in molti casi evitare il conflitto vuol dire evitare la relazione vera. Per paura del danno possibile ci si rende indifferenti. I rapporti si trasformano così in qualcosa di falso, di circostanziale, senza essere più capaci di guardarsi negli occhi. E se ci si guarda, si recita una parte, malamente, per il breve tempo delle interazioni non evitabili.

Il paradosso è quindi che per essere operatori di pace bisogna essere disposti a patire e ad esercitare violenza. Essere diversi, non uniformi, è cristiano. Perché il cristiano è sale e lievito destinato alla massa. Per definizione il cristiano realizza la sua missione nel rapporto con il diverso da sé, ma senza perdere il suo sapore, altrimenti non servirebbe a nulla. Così è cristiano cercare l’altro, sempre. Senza stancarsi. Perché senza l’altro non c’è Cristo. Questo significa, tra l’altro che una Chiesa che si rinchiudesse in sé stessa, non sarebbe la Chiesa di Cristo. Essere in uscita come Chiesa implica sia un dentro che un fuori, dove i due luoghi hanno senso proprio nella loro relazione reciproca. E così siamo passati dall’alterità di Dio all’alterità del fratello. E anche qui le relazioni sono biunivoche e necessarie.

Il Padre è diverso dal Figlio, eppure sono uniti, e la loro unione è lo Spirito dell’uno e dell’altro, il Paraclito, che Gesù ha inviato e che non ci abbandona mai. È sempre la Trinità il modello della vita cristiana. Non si tratta allora solo di lotta interiore, con se stessi, che pure è essenziale: c’è anche la differenza – la lotta – anche con il fratello, con la moglie, con il figlio, con l’amico, con il collega, che ha senso e dà senso. Una lotta piena di carità e rispetto, senza giudicare l’altro, ma senza sconti e facili mediazioni. Vivere in questo modo aiuta a crescere poiché stimola l’umiltà e la pazienza, consapevoli che la libertà è la base della relazione e che la verità tutta intera la possiede solo Dio. Noi non siamo Dio, ma cercando Dio, incontriamo il conflitto, che ci aiuta a trovarLo, e con il discernimento, cambiando o resistendo, continuiamo a cercare, sostenuti dalla Spirito.

Il conflitto va allora compreso, senza paura, specialmente all’interno della Chiesa, dove – come dice la lettera agli Ebrei nel capitolo 11 – bisogna saper coniugare la parresia (la franchezza) con l’hupomone (la capacità di essere pazienti e sottomessi).

In un tempo come il nostro, di individualismo esasperato e di frammentazione, è necessario trovare la saggezza divina per saper convertire in unione anche ciò che parrebbe solo divisione. Come è possibile fare ciò? Dal punto di vista puramente umano il paradosso è insuperabile, ma con la grazia di Dio tutto è possibile, anche trasformare il male in bene. I sacramenti, portandoci la vita di Cristo e lo Spirito Santo, costruiscono la Chiesa e la comunione, senza toglierci la sofferenza e la differenza nel conflitto. E con comunione e conflitto insieme si edificano allora le famiglie, i luoghi di lavoro e di vita quotidiana, che manifestano lo splendore della gloria di Dio.

Questo piccolo libro di Michael de Certau (autore anche di “Lo straniero o l’unione nella differenza”) penso sia utile a tutti coloro, e sono tanti, soffrono il conflitto. Perché capire che esso ha un senso e un significato, e ancor più, che è perfino una manifestazione della volontà  di Dio e della strada che a Lui conduce, può essere un’epifania sorprendente.

Michel de Certeau. Mai senza l’altro.

Edizioni Qiqajon, 1993. 176 p.

Risurrezione. Istruzioni per l’uso.

Fabrice Hadjadj ha il dono di saper scrivere con arguzia e profondità. La sua prosa è capace di far ridere o almeno sorridere, anche mentre tocca argomenti legati all’essenza stessa del cristianesimo. Nel volume “Risurrezione, istruzioni per l’uso” ciascuno dei dodici capitoli (più un’introduzione e un epilogo), sono introdotti da un brano evangelico sempre relativo alla risurrezione a cui segue un commento che mette in luce il miracolo che “non sospendendo il corso ordinario delle cose, lo fa per riaprire i nostri occhi chiusi dalla routine e svelare il dono nascosto dietro il tran tran abituale.”

L’autore dopo aver sperimentato in prima persona che cosa significa guardare e ascoltare la vita come manifestazione della presenza del Padre – e del Risorto –, si diverte a stimolare il lettore a fare altrettanto. Mentre oggi leggevo il suo libro, in una sala di aspetto di un ospedale, avevo un perenne sorriso stampato in volto. Il suo argomentare, le sue osservazioni, ricche di paradossi, e di battute, sono intuizioni che gettano una luce nuova e antica sulle pagine finali dei quattro vangeli. Il commento è molto libero e aperto e rimbalza dal testo scritturistico alla banalità del quotidiano, dai problemi del nostro vivere postmoderno, transumano e iper-tecnologico, alle questioni più delicate ed eterne.

Quest’estate, ho passato un paio di giorni con Fabrice e Siffreine, e i loro 8 figli, e stare con loro per una breve vacanza è stato interessante, perché ho potuto costatare come nel ritmo famigliare – alquanto complicato, non c’è che dire – nascono i libri di spiritualità di questo originale autore. Moises, l’ultimo nato degli Hadjadj poco prima di Pasqua, è oggetto delle premure del padre, del seno e delle cure della madre, e dell’attenzione di tutti i fratellini. Il più piccolo è al centro, e sembra che tutta la famiglia sappia vedere nel neonato qualcosa di più di un semplice neonato. L’allegra baraonda di una famiglia decisamente speciale, un po’ come quella dei “pazzerelli di Dio”, ha una forza magnetica, la stessa che si ritrova nelle pagine del libro. Il tutto potrebbe riassumersi nella bellezza e durezza del reale. C’è da farsi del male, ma si vive davvero e non ci si può mai annoiare.

Il suo intento nel libro è di mostrare “la gloria che sposa il quotidiano” e in questo senso si può dire che la sua è una spiritualità materializzata, che cerca Dio tra le pentole, come faceva santa Teresa d’Avila o san Josemaria Escrivà. In questo senso Fabrice scrive di fede e di risurrezione perché è ciò che cerca e vive (o almeno si sforza di vivere) in una quotidiana battaglia di sopravvivenza.

La sua riflessione è molto umana e coglie per questo il divino dell’umano. La prossimità e il riconoscere Dio nell’altro, senza dimenticare la digestione, l’ordine della casa, il denaro come eterna tentazione di virtualità – opposta alla realtà -, solo per elencare alcuni dei temi. Un libro che si legge di fiato. Denso, stimolante, profondo e leggero. Molto francese, e molto coerente. Come l’autore, o meglio gli autori.

Fabrice Hadjadj.

Risurrezione. Istruzioni per l’uso.

Edizioni Ares 2017, 176 pagine, 15 euro

Una giornata di Susanna

Mauro Leonardi. Una giornata di Susanna

Cooper edizioni, 2018.

192 pagine

(di Giancarlo Polenghi)

Il nuovo romanzo di Mauro Leonardi si legge di fiato, con leggerezza, ma anche con infiniti spunti di riflessione sul nostro tempo postmoderno. È la storia di una giornata, delle 24 ore – dalle tre di notte alle successive -, di una donna romana con due figli, in crisi con il marito, che lavora part time, come segretaria di un giornalista.

Nell’arco di tempo in cui seguiamo Susanna, attraverso il flusso interiore dei suoi pensieri impariamo a conoscerla e scopriamo che cosa le sta a cuore, come affronta i suoi desideri e come combatte le sfide impreviste che chi le sta vicino pone. La figura della protagonista emerge nella sua soggettività, ma anche nelle relazioni che lei ha con un’amica buddista, con la sua famiglia e il suo datore di lavoro. Ciascuno si relaziona a lei a suo modo, e in questo relazionarsi costruisce la vita vera di Susanna che è fatta dalla sua interiorità non meno che da ciò che lei è per le persone care. In questa dinamica interiore del suo io che interagisce con gli altri, vediamo come Susanna cambia.

Il romanzo è un genere letterario che attraverso la narrazione permette di riflettere sulla vita e sui suoi problemi evitando le semplificazioni e gli schemi rigidi. Leonardi è un maestro nel cercare, attraverso la coerenza della voce dei protagonisti, il vissuto, con tutte le sfumature di grigio del reale. Non per questo manca una visione profondamente realista della vita, piena di speranza e di positività. La giornata di Susanna è, nella sua apparente ferialità, il tempo delle grandi sfide, in cui si gioca il destino futuro e in cui si verifica il senso di tutta una vita.

Quando si legge un romanzo si entra nella storia delle persone, ci si rispecchia in loro, e si impara molto. Si imparano a conoscere gli altri e se stessi, percependo la potenzialità di una vita che emerge dall’incontro tra “il destino” e le scelte libere e personali. Se in un saggio l’autore esprime direttamente le sue teorie e la sua visione della vita, in un romanzo ciò avviene in modo completamente diverso. Proprio perché la narrazione “imita” la vita, in essa il bene e il male si intrecciano in modo misterioso.   Flamery O’Connor affermava che lo scrittore cristiano ha un compito molto difficile, raccontare ciò che si vede e anche il mondo invisibile dello spirito, della grazia, che pure esiste. A me pare che Leonardi sappia fare questo con leggerezza e profondità perché la dimensione umana e quella soprannaturale, della grazia, nella giornata di Susanna ci sono e sono chiarissime, ma a percepirla sarà solo chi è aperto ad entrambe e le sa vedere.