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Conoscere nella relazione: l’artista è profeta di bellezza

(di Giancarlo Polenghi)

Ciò che mi ha spinto alla lettura del libro di Michelina Tenace (La bellezza, unità spirituale, Lipa 1994, 20 euro) è stato, in un primo momento, il titolo, che annunciava il tema della bellezza e dell’arte in chiave comunionale. Un tema che non sospettavo sarebbe stato svolto con taglio monografico presentando e indagando il pensiero estetico di Vladimir Sergeevič Solov’ëv. 

Non avendo dimestichezza con questo originale pensatore russo di fine Ottocento, ma avendolo sentito citare spesso sia dal teologo artista Marko Ivan Rupnik, che dal suo maestro Spidlik, la curiosità è aumentata nel corso della lettura.

Il lavoro di analisi dell’estetica di Solov’ëv della Tenace è prezioso perché calandolo nel peculiare contesto culturale dal quale è sorto, mettendo in luce il significato preciso di alcuni termini ambigui, coglie e “traduce”, per il lettore occidentale, l’originalità e la forza di un pensiero che unisce, al massimo livello, la fede cristiana, l’arte, e la redenzione del mondo.

Senza la pretesa di alcuna sistematicità, per la quale rimando ovviamente alla lettura libro, elenco di seguito alcuni dei concetti che maggiormente mi hanno colpito. 

La conoscenza per Solov’ëv non tocca solo la ragione perché necessita anche dell’intuizione, della visione e soprattutto della relazione. Egli afferma che tutte le facoltà dell’uomo (pensiero, sentimento, visione estetica, l’amore del cuore, la coscienza e il desiderio disinteressato di trovare la verità) devono unirsi per trovare ciò che è degno di essere chiamato verità. Quindi bisogna cercare “costantemente nel fondo della propria anima la radice interiore della comprensione, dove tutte le facoltà separate si riuniscono nella totalità viva di una visione spirituale”. Per questo, al di fuori dell’amore la conoscenza è impossibile, perché solo l’amore unisce il soggetto che conosce con l’oggetto conosciuto. Questo approccio, fa notare la Tenace, non squalifica le ragioni del razionalismo e dell’oggettività, ma le integra in una visione più equilibrata. A Solov’ëv, che entra in polemica con i positivisti del suo tempo, interessa una conoscenza che sia legata alla vita, e quindi critica la conoscenza astratta che sia esclusivamente teorica. L’ideale che lo anima è l’unione delle scienze positive con la religione e la filosofia. Insomma a lui interessa restaurare “l’unità interiore” per vivere la sapienza, e, in questa ricerca, la bellezza avrà un luogo centralissimo. 

Il primo passo sarà di unire la conoscenza corporale, psichica e spirituale. Ma a questa unità si dovrà aggiungere anche quella tra le storie individuali e quelle collettive, della storia e delle nazioni, per finire con una visione escatologica omnicomprensiva. 

La creatività per Solov’ëv ha due fondamenti, quello soggettivo del sentimento e quello oggettivo della bellezza. Per lui la forma perfetta della bellezza, e dell’arte, è la mistica (intesa come relazione tra creatura e Creatore) perché unisce la vita personale, anche sensibile, con la grazia di Dio che trasforma e divinizza.  La bellezza nella natura, dalla quale il nostro autore parte, ci permette di capire meglio: in essa la luce funziona come la grazia, e la materia come la vita umana. Il diamante è bello (materia illuminata) perché la materia colpita dalla luce rifulge e trasfigura, così nella vita dei veri artisti (luce incarnata), la vita divina trasforma quella umana, e anche nelle loro opere essa trasforma la materia salvandola e portandola al suo compimento.  Allora l’uomo, nell’arte, continua l’opera di incarnazione dell’idea cominciata nella natura da Dio e la porta al suo destino ultimo. La liturgia logicamente, e coerentemente con questa visione, diventa il luogo dell’arte per eccellenza. 

Solov’ëv critica due posizioni opposte dell’estetica moderna, l’arte per l’arte – ossia l’arte che non ha legame con nulla – che a suo avviso diventa un “puro gioco”, e l’arte utilitarista, che pure si accontenta di poco (funzioni d’uso, decorazione) perché a suo avviso l’arte è sì utile ma al massimo livello, ovvero per redimere il mondo. Infatti, per lui, l’arte e la religione appartengono allo steso livello di profondità. Per questo l’artista è un profeta ispirato che con il suo lavoro rivela il significato delle cose, le trasforma e le riporta a Dio.  

Michelina Tenace

La bellezza, unità spirituale

Lipa 1994

Qualcuno mi ama, dunque sono

(di Giancarlo Polenghi)

La ragione che mi ha portato a imbattermi in Jean-Luc Marion è Fabrice Hadjadj. Quest’ultimo, amico di un amico, anch’esso filosofo e saggista francofono di fama, considera Marion tra i suoi maestri. Per la proprietà transitiva delle letture, ossia quella che considera i libri (e le amicizie, e i maestri, …) come le ciliegie (una tira l’altra), sono stato attratto da un titolo suggestivo di Marion: “Dialogo con l’amore”. Il testo è un’opera sui generis, interessante, ostica (per chi come me non è filosofo) e probabilmente foriera di altre letture dello stesso autore.

Il volume contiene la trascrizione di sei conferenze che Marion ha tenuto presso la Scuola di Alta Formazione Filosofica di Torino, davanti ad una trentina di giovani filosofi provenienti da diverse università italiane ed europee.

I sei densi interventi rappresentano il suo percorso di pensiero (oltre 50 anni) che così si snoda: la questione della metafisica; la donazione; il dono; l’impossibile o Dio; l’indefinibile o l’uomo; la questione dell’amore e la riduzione fenomenologica.

Marion ha studiato molto Cartesio, del quale rivaluta alcune affermazioni proprio nei confronti della metafisica (e della sua impossibilità), per passare poi a un approccio fenomenologico che lo porta a sviluppare una teoria della donazione e del dono come fondamento della realtà. Quest’ultimo tema, quello del dono, si collega, tra gli altri, con il pensiero sociologico di Pierpaolo Donati sui beni relazionali, che si fondano sulla gratuità.

Per il filosofo francese il dato percepito, ossia l’esperienza da cui nasce il pensiero, è un d(on)ato. Come tale è qualcosa che si riceve e che non dipende (se non in parte) dal soggetto che percepisce. Molto interessante l’osservazione secondo la quale il dono perde la sua identità nel momento in cui c’è una riduzione economica, quella del do ut des, ossia quella in cui c’è uno scambio e devono sempre essere presenti un donatore (chi dona), un donatario (chi riceve il dono) e un dono (l’oggetto donato). Secondo Marion, basta che uno dei tre elementi manchi (o sia sconosciuto), oppure che esso si possa definire in termini che non siano di scambio, per avere il dono vero, che ha una natura ultraeconomica. L’esempio che fa è quello della paternità, in cui il donante per essere tale deve eclissarsi (non essere sempre presente – come i buoni padri devono fare -), il figlio, o donatario, non è in grado di rendere quanto ha ricevuto (perché può dare la vita ad altri ma non al padre, e quindi è necessariamente un ingrato), e il dono della vita, che non è un oggetto, ma un evento, un accadere. Ciò che il padre dona al figlio in definitiva è il nome, ma si tratta di un dono simbolico, un d(on)ato, che serve per essere chiamati e quindi per rispondere (essere per rispondere).

Le due conferenze su Dio e l’uomo si richiamano e sono collegate perché l’infinito di Dio, ovvero la sua impossibilità (impossibile per l’uomo, possibile per Dio) richiama l’indefinibilità dell’uomo, la cui natura si può cogliere solo come immagine e somiglianza di Dio.

L’ultima conferenza, sulla riduzione erotica, argomenta come “io non sono nella misura in cui sono (anche grazie a me), ma sono in quanto amato (dunque dal di fuori). (…) Io sono nella misura in cui mi si vuole bene o male, nella misura in cui posso sentirmi accolto o non, amato o non, odiato o non.” Queste constatazioni portano l’autore a sostenere che si debba definitivamente elaborare il lutto dell’autonomia, una sorta di ossessione moderna, per scoprire il piacere di essere amabili (l’unica opzione, non definitiva, per stimolare l’amante) e di amare, ossia di diventare amanti perché è questo che supera l’essere, che resiste e rimane, in noi e negli altri.

Jean-Luc Marion

Dialogo con l’amore

Rosenberg & Sellers 2007

I nostri beni relazionali

(di Giancarlo Polenghi)

L’ultimo saggio di Pierpaolo Donati (Scoprire i beni relazionali, Rubettino 2019)

è un libro che, a partire dal concetto di bene relazionale, approfondisce, chiarisce e illustra le ricerche di oltre 40 anni sulla relazione come sorgente della socialità, dell’identità personale e, in ultima analisi, della vita propriamente umana (la vita buona).

La tesi del sociologico bolognese è che siano le relazioni, intese come realtà sui generis (ossia realtà emergenti, con una natura propria che non può essere ridotta alle interazioni tra le persone o alle strutture sociali), a produrre i beni o mali relazionali che rendono la vita felice o, al contrario, disgraziata.

Il libro può risultare ostico per chi non abbia consuetudine con il vocabolario sociologico, ma la sua lettura è stimolante e illuminante per meglio capire i tempi che viviamo e il suo specifico malessere.

Da una parte c’è l’intuizione che l’umano sia generato nelle e dalle relazioni, dall’altra si mostra come la cultura e l’organizzazione sociale del mondo occidentale, regolata dall’economia di mercato e dallo Stato assistenziale, fanno male alle relazioni, le combattono, le  insidiano e marginalizzano. La crisi odierna (della famiglia, della scuola, della società) non si spiega solo con la mancanza di impegno e di qualità (virtù) o di opzioni valoriali perché è frutto anche, e forse soprattutto, del contesto in cui siamo immersi.

Capire che cosa siano le relazioni e come esse siano in grado di produrre beni essenziali per la vita, non ottenibili altrimenti, è di estrema importanza. Il testo distingue i beni privati (che sono competitivi, ossia personali ed escludenti) da quelli pubblici (non competitivi e forzatamente a disposizione di tutti) e da quelli relazionali. Questi ultimi consistono nel fatto che “due o più soggetti interagiscono fra loro prendendosi cura della loro relazione condivisa, dalla quale derivano dei benefici che essi non possono ottenere differentemente”. A produrre i beni relazionali sono soggetti relazionali, dotati di una riflessività relazionale. Le relazioni sono tanto più vere quanto meno sono strumentali, ossia tanto più ciò che sta a cuore ai soggetti è la relazione stessa, e il bene dell’altro. Il dono e la gratuità sono ciò che dà vita alle relazioni, mentre ciò che la uccide è vedere l’altro come un oggetto (ossia come qualcosa di cui disporre, che ha un prezzo). Ma la cultura contemporanea, sostiene Donati, è fondata sulla rimozione del dono, che è visto sempre con sospetto, o come una figura dell’impossibile. Infatti, in economia, ciò che è gratis è in realtà un acceleratore di vendite e, d’altronde, il pensiero giuridico non può concepire un diritto o un dovere alla gratuità.

La fiducia è il bene relazionale che genera tutti gli altri beni relazionali, e che può essere visto come capitale sociale. Ancor più, essa è contemporaneamente un prerequisito delle relazioni generative e un prodotto di esse, in grado pertanto di rigenerarle.

Secondo Donati i diritti umani sono una categoria specifica di beni relazionali.

La riflessività è per il sociologo una caratteristica individuale molto importante, ancor più in un mondo che cambia rapidamente (si parla di morfogenesi) e in cui i valori di riferimento e le relazioni continuano a mutare, anche grazie all’uso delle tecnologie. La riflessività specifica di cui oggi c’è urgente bisogno è quella relazionale (we-relation), che si caratterizza dall’aprirsi a vedere e a perseguire il bene (i beni) della relazione.

Il paradosso del pensiero di Donati, e direi il fascino che esso esercita, è dato dal fatto che secondo lui i beni relazionali, e le relazioni che li generano, quando funzionano bene, sono invisibili e non percepibili, mentre quando qualcosa di esse va storto allora è più facile che se ne avverta l’importanza, nasca la riflessione, e conseguentemente che ci sia una reazione per rimetterli al centro. Se ciò è vero a livello micro, ossia nella sfera delle relazioni private (in famiglia, tra amici), ciò è molto meno palese nelle organizzazioni intermedie, come associazioni, aziende, cooperative e ancor meno a livello macro dello Stato o delle organizzazioni internazionali. Per questo il pensiero di Donati è prezioso: come aiuto di consapevolezza a livello micro e stimolatore di una nuova e rivoluzionaria visione, tutta ancora da scrivere, a livello meso e macro.

Pierpaolo Donati

Scoprire i beni relazionali

Rubettino, 2019

La cura dell’anima, ovvero non confondere mezzi e fini

(di Giancarlo Polenghi)

 

Ventisette pagine che si leggono in meno di un’ora. Sono la trascrizione rivisitata di una conferenza presso l’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa (Bologna) di Pierangelo Sequeri, famoso teologo, già preside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e oggi direttore dell’Istituto sulla famiglia Giovanni Paolo II.

Il ragionamento parte dalla constatazione che “l’anima è diventata fragile, perché siamo smarriti nei confronti di qualcosa che fino a ieri andava da sé, viveva con noi nei percorsi … della relazione umana e ciascuno la coltivava nei modi che gli sembravano più opportuni”.

Il malessere dell’anima, secondo l’autore, diventa più intenso per chi è giovane (specialmente gli adolescenti) e per gli anziani, categorie deboli perché entrambe viste dal pensiero contemporaneo in maniera riduttiva rispetto alla loro natura. Agli adolescenti non si insegna più a crescere come persone, ma li si addestra ad espletare compiti, all’efficienza, e la senilità è inchiodata alla sopravvivenza, senza una consapevolezza e apertura sul congedo e la morte. I due luoghi un tempo della felicità, infanzia e vecchiaia, si sono trasformati in spazi malsani e scomodi. Ciò è avvenuto perché il fine dell’esistenza è sempre più l’autorealizzazione individuale e individualistica (i bambini e gli anziani, d’altronde, hanno massimamente bisogno degli altri).

L’errore, secondo Sequeri, è una duplice inversione tra mezzi e fini. La libertà come fine è distruttiva dell’umanità, perché ci condanna all’isolamento (mancanza di legami e relazioni, incapacità a decidere), mentre è essenziale poterla vivere come mezzo per qualcosaltro di bello e grande. In modo speculare, la pro-affezione (ossia ciò di cui l’anima vive come le relazioni, le soddisfazioni) deve riconquistare il ruolo di fine e non quello di mezzo. Il lavoro, per esempio, è una pro-affezione se vissuta come fine ossia se si persegue il piacere di fare qualcosa bene per sé stessa e per il bene che fa agli altri, e non come un semplice mezzo per ottenere del denaro o del prestigio. E le relazioni vere non devono essere strumentali, perché altrimenti si opacizzano. In altri termini ci sono ambiti di cui “godere gratuitamente e di cui essere fieri ed entusiasti al di là del puro vantaggio utilitaristico” e questi sono i fini che non tradiscono e danno la felicità. Per altro, si potrebbe aggiungere, citando uno studio di Joseph Piper (Otium e culto, Cantagalli), che anche il lavoro, che in definitiva è più un mezzo che un fine, dovrebbe essere orientato all’otium del latini, ossia alla contemplazione, all’apprendimento e alla conoscenza, all’arte e allo svago, alla gratuità molto più che alla produzione e all’efficienza monetizzabile.

Pierangelo Sequeri

La cura dell’anima

Asmepa Edizioni 2012

Documento CEC – “maschio e femmina li creò”

Documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica (CEC), «per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione» – 1o giugno 2019

Francia, morto Vincent Lambert Houellebecq: «Lo Stato è riuscito a ucciderlo, costava troppo»

Michel Houellebecq attacca il governo francese, e in particolare la ministra della Sanità Agnès Buzyn, per come è stato gestito il caso del 42enne ex infermiere morto il 11 luglio 2019 all’ospedale di Reims dopo essere rimasto tetraplegico e in stato vegetativo per quasi 11 anni.

Il fascino senza tempo della retorica

(di Giancarlo polenghi)

A tutti piacerebbe essere convincenti. Saper ottenere dagli altri quello che desideriamo, semplicemente dicendoglielo. Avere il potere di essere creduti, ancor più, di essere ritenuti saggi e giusti, capaci di infiammare gli animi o di tranquillizzarli, a seconda dei casi. Saper ispirare il prossimo, magari cominciando dai nostri cari, per passare poi ai colleghi e al mondo intero.

Come si fa a convincere gli altri?

Su questo tema, da sempre, si sono versati fiumi di inchiostro. Aristotele e Cicerone, per citare due famosi autori del passato, ma anche più recentemente gli studi della psicologia, della sociologia, della psicolinguistica, la disciplina della pragmatica, e della programmazione neurolinguistica (di gran moda tra i venditori), si sono occupati proprio di questo.

Il libro di cui ora consigliamo la lettura (Alberto Gil, L’arte di convincere, Edusc 2016) ha un’impostazione classica, lineare e ordinata, che non si limita a riproporre la dottrina degli antichi perché la sviluppa e l’approfondisce alla luce degli studi moderni soprattutto basati sul personalismo cristiano e sull’etica. L’idea di fondo è che la retorica, quella vera, è un’arte al servizio dell’uomo e della verità, molto diversa – antitetica – rispetto alla manipolazione che è in realtà una corruzione della retorica o un’antiretorica. Ciò che il testo offre è una potente sintesi, accessibile anche ai non specialisti, e dotata di una profondità rara in questo tipo di pubblicazioni. L’autore, che ha una formazione germanica come si evince dalla bibliografia (tra i più citati ci sono Romano Guardini e Joseph Piper), è abituato a insegnare la retorica, con retorica, ossia dimostrando il suo metodo mentre ne fa uso. Per Gil la retorica potrebbe essere rapprentata da un triangolo, ai cui vertici abbiamo il Logos (capacità argomentativa), il Pathos (la capacità di farsi ascoltare e di andare al cuore) e l’Ethos (la credibilità e l’autorevolezza che muove gli ascoltatori). Fin qui nulla di nuovo, ma all’interno del triangolo, come una potenza sorgiva da cui tutto dovrebbe scaturire, c’è ciò che lui chiama “l’orientamento al Tu”, ossia la capacità di ascolto e di dialogo nei confronti degli interlocutori. È qui che si vede la matrice cristiana del personalismo. L’orientamento al Tu obbliga il retore a rispettare l’interlocutore, a considerarlo soggetto, a lasciargli spazio perché possa giungere alle conclusioni. Per questo – sostiene sempre Gil – la virtù essenziale del retore è l’umiltà. Un’umiltà che implica prima di tutto il rispetto della realtà (a cui il pensiero deve volgersi “per comprendere” senza manipolarla ideologicamente), ma anche il rispetto dell’interlocutore, che è sempre dotato di sentimenti e di convinzioni. Insomma una lettura stimolante, non solo per avvocati o politici, ma per tutti coloro che a diverso titolo debbano parlare agli altri di qualsiasi tema o argomento.

Alberto Gil

L’arte di convincere

Edusc 2016 (disponibile anche in formato ebook)

 

Da una bugia a una strage. La forza della menzogna.

di Giancarlo Polenghi

Poco tempo fa (alla fine del mese di aprile del 2019) anche in Italia è stata data notizia dell’imminente scarcerazione, dopo 26 anni di reclusione, del falso medico francese Jean Claude Romand. La ragione dell’eco mediatica di questo evento si spiega con la particolare natura del crimine commesso dal signor Romand colpevole di aver ucciso sua moglie Florence, i suoi due figli Antoine e Caroline, di 5 e 7 anni, e i suoi genitori, prima – secondo lui– di aver tentato il suicidio (c’è infatti chi ha sostenuto che anche il suicidio era l’ennesima “messa in scena” per ingannare tutti).

Il delitto, secondo i giudici, aveva un duplice movente: “la paura del falso medico di essere smascherato, e la brusca fine di un traffico che da anni gli fruttava ingenti somme”. Lo scrittore Emmanuel Carrére a questo caso ha dedicato un libro dal titolo L’Avversario (ebook, prima edizione digitale 2013). Il volume, che si legge come un giallo, è un’attenta ricostruzione di questa straordinaria storia, cominciata con una bugia, e finita drammaticamente nel sangue. L’autore si chiede come sia stata possibile una vita “corrosa dalla menzogna”, una vita che ha messo in luce una capacità non comune di dissimulazione, al punto che i parenti più stretti e gli amici più cari non hanno mai sospettato nulla, fino a che il castello di menzogne cade fragorosamente con conseguenze fatali. Il libro è una lettura profonda, attenta e realistica della natura del male, con molti espliciti rimandi alla religione, a Dio, al perdono, e ai meccanismi perversi di possibile autoassoluzione. Al centro di tutto è la questione della verità e delle sue possibili manipolazioni, foss’anche, come nel caso in esame, per amore del prossimo. Romand ha affermato per scusarsi che: “un banale incidente, un’ingiustizia, possono provocare la follia …” e questo banale incidente sarebbe la rottura di un polso prima di un esame universitario che lo ha portato a sostenere falsamente di aver partecipato all’esame e di averlo superato, e così, per 15 anni, far credere a tutti di aver completato gli studi in medicina e aver ottenuto un lavoro nella prestigiosa e vicina OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ginevrina. A dargli fiducia sono stati i genitori, la fidanzata prima e moglie poi, lo zio, i suoceri, i due figli, i compagni di studi. Romand ha sempre affermato di essere stato un figlio, un marito e un padre affettuoso, che amava teneramente i suoi cari che lo ripagavano dello stesso affetto. Questa percezione è stata confermata da tutti coloro che lo conoscevano, anche dai suoi amici più intimi, uno dei quali è rimasto tale dagli anni universitari arrivando a chiedergli di essere padrino di cresima della figlia.

All’origine di questa personalità distorta, secondo Carrére, ci sarebbe un’educazione problematica, ambigua e rigida: “da una parte gli avrebbero insegnato a non mentire, e questo era un dogma assoluto: un Romand ha una parola sola, un Romand è limpido e cristallino come acqua di fonte; dall’altra però certe cose, anche se vere, non andavano dette. Non bisognava amareggiare gli altri, né vantarsi dei propri successi o delle proprie virtù.” Il decoro (se vogliamo il “politicamente corretto”), la versione sempre positiva e incoraggiante della vita, era più importante della verità. In particolare Jean Claude più che mentire chiaramente (cosa che evidentemente ha fatto), si sforzava di dissimulare, principalmente con i genitori, soprattutto con la madre, per non farla preoccupare. Alla fine dirà alquanto paradossalmente: “Vi chiedo perdono perché non ho sopportato l’idea di farvi soffrire.” Il desiderio di essere come gli altri si aspettavano che lui fosse, unito a un amore profondo per i propri cari, lo avrebbe portato a una doppia vita (la vita di famiglia “vera” e quella di lavoro “completamente inventata”), anzi, da un certo momento in poi, ad una tripla vita, coinvolgendo un’amante, Cécile, che pure ha tentato di assassinare. L’amante, che incontrava lontano da casa, era una psicologa a cui pure ha fatto credere di essere il brillante ricercatore farmaceutico che tutti stimavano, con accesso a fondi di investimento svizzeri convenienti, talmente degno di fiducia da ottenere anche da lei ingenti somme. La lettura di “L’Avversario”, a nostro avviso, è utile perché stimola molto la riflessione. A partire da un caso limite, vero e “romanzesco” insieme, illumina la relazione fondamentale tra amore, bene e verità che chiama in causa tutti e ciascuno. Una storia che non può lasciare indifferenti e che spinge ogni lettore ad avventurarsi nelle misteriose profondità dell’animo umano…… là dove solo la Verità rende liberi.

Emmanuel Carrère

L’Avversario

Adelphi (ebook, prima edizione digitale 2013)

La fedeltà è creativa

(di Giancarlo Polenghi)

Un economista sui generis, si interroga sul futuro delle organizzazione che lui definisce “a movente ideale” (OMI), ossia realtà e comunità che sono nate dalla visione di uno o più fondatori e che hanno di fronte a sé la sfida di proseguire la loro missione in un mondo che cambia sempre più rapidamente. Luigino Bruni è un economista (insegna alla LUMSA e all’Istituto Sophia), ha una profonda conoscenza della sacra scrittura e un’esperienza diretta di ciò che significhi essere parte di una comunità carismatica, quella dei Focolarini, che vive un importante momento di transizione, dall’epoca della fondazione alla stagione della continuità. Le sue teorie sono centrate sul terzo settore e sul no profit ma, come lui stesso afferma, in una certa misura, esse sono valide per ogni tipo di organizzazione.

A ben pensare il tema della fedeltà al carisma nelle mutevoli situazioni storiche è cruciale per la vita e il pensiero della Chiesa, dalle origini ai giorni nostri.

Bruni affronta con originalità questo tema sempre attuale in tre volumetti dal titolo: la distruzione creatrice, Elogio dell’auto-sovversione e Il capitale narrativo (edizioni Città Nuova). I libri nascono da articoli pubblicati in precedenza sul quotidiano Avvenire.

Come si evince dai titoli, la raccomandazione dell’autore, è quella di affrontare il tema della fedeltà in chiave dinamica e intelligente, facendo attenzione a quelle trappole inconsapevoli che possono bloccare la vita delle organizzazioni. Ciò che colpisce nella lettura è l’integrazione tra una forma mentis economica, che conosce i principi di ciclo di vita dei prodotti e le dinamiche dei mercati, con quella scritturistica, specialmente del Vangelo e della vita dei Profeti. Le immagini e le metafore che Bruni utilizza più spesso sono però mutuate dall’agricoltura e dalla biologia, quasi che da esse si possa percepire meglio una dimensione più profonda, ontologica. A lui interessa la vita delle organizzazioni a movente ideale e, in particolare, la vita di coloro che ne fanno parte. Persone con grande idealità, capaci di darsi con generosità, ma che, proprio per il loro modo di essere, hanno bisogno di essere riflessive e di misurarsi costantemente con la realtà che hanno di fronte. Bruni mette in guardia dal pericolo dell’ideologia, ossia da una traduzione chiusa dell’ideale, troppo rigida e non dinamica. Citando Edgar Morin, afferma: “Ciò che non si rigenera, degenara” e ricorda che la nostalgia del passato è sempre infeconda. Importante il concetto di capitale narrativo, che, per definizione deve essere plurale e deve rinnovarsi nel tempo mentre affonda le sue radici nell’origine. Ciò che tiene in vita le organizzazioni a movente ideale è la gratuità, possibile solo in un clima di libertà, e la libertà più importante è la libertà di desiderare. Ma bisogna desiderare insieme agli altri, e se l’oggetto del desiderio è definito e limitato dai vertici, ciò provoca la morte del desiderio. Il paradosso, per chi ha responsabilità di governo delle organizzazioni, è che per stimolare e promuovere bisogna non controllare del tutto, perché il controllo uccide il desiderio. Le relazioni umane all’interno di questo tipo di realtà sono cruciali perché bisogna trovare equilibrio tra struttura-organizzazione e spontaneità. Quando la struttura prende il sopravvento le relazioni diventano più formali e drammaticamente meno generative. L’incontro umano pieno e franco diventa allora come l’aria da respirare perché genera fraternità e comunità. Quando i rapporti diventano formali invece ci si immunizza gli uni verso gli altri provocando una paralisi evolutiva. I responsabili appaiono sempre più lontani dalla base e anche orizzontalmente le relazioni diventano false. Secondo l’autore questo è un problema frequente anche delle organizzazioni a fine di lucro, le multinazionali che tendono a controllare globalmente la vita dei loro dirigenti rendendoli progressivamente inefficaci.

Bruni crede che i creativi, che lui assimila alle figure dei profeti, sono ciò che serve per far fiorire il carisma. Creativi che comunque sono condannati a soffrire e a essere incompresi perché questo è comunque il loro destino. Un destino che trova la sua logica nella morte e resurrezione (in Cristo), che è poi la narrazione e la realtà che più radicalmente illumina e rigenera la vita.

Luigino Bruni

Il Capitale Narrativo. Le parole che faranno il domani nelle organizzazioni e nelle comunità.

Città Nuova, 2018