Il fascino senza tempo della retorica

(di Giancarlo polenghi)

A tutti piacerebbe essere convincenti. Saper ottenere dagli altri quello che desideriamo, semplicemente dicendoglielo. Avere il potere di essere creduti, ancor più, di essere ritenuti saggi e giusti, capaci di infiammare gli animi o di tranquillizzarli, a seconda dei casi. Saper ispirare il prossimo, magari cominciando dai nostri cari, per passare poi ai colleghi e al mondo intero.

Come si fa a convincere gli altri?

Su questo tema, da sempre, si sono versati fiumi di inchiostro. Aristotele e Cicerone, per citare due famosi autori del passato, ma anche più recentemente gli studi della psicologia, della sociologia, della psicolinguistica, la disciplina della pragmatica, e della programmazione neurolinguistica (di gran moda tra i venditori), si sono occupati proprio di questo.

Il libro di cui ora consigliamo la lettura (Alberto Gil, L’arte di convincere, Edusc 2016) ha un’impostazione classica, lineare e ordinata, che non si limita a riproporre la dottrina degli antichi perché la sviluppa e l’approfondisce alla luce degli studi moderni soprattutto basati sul personalismo cristiano e sull’etica. L’idea di fondo è che la retorica, quella vera, è un’arte al servizio dell’uomo e della verità, molto diversa – antitetica – rispetto alla manipolazione che è in realtà una corruzione della retorica o un’antiretorica. Ciò che il testo offre è una potente sintesi, accessibile anche ai non specialisti, e dotata di una profondità rara in questo tipo di pubblicazioni. L’autore, che ha una formazione germanica come si evince dalla bibliografia (tra i più citati ci sono Romano Guardini e Joseph Piper), è abituato a insegnare la retorica, con retorica, ossia dimostrando il suo metodo mentre ne fa uso. Per Gil la retorica potrebbe essere rapprentata da un triangolo, ai cui vertici abbiamo il Logos (capacità argomentativa), il Pathos (la capacità di farsi ascoltare e di andare al cuore) e l’Ethos (la credibilità e l’autorevolezza che muove gli ascoltatori). Fin qui nulla di nuovo, ma all’interno del triangolo, come una potenza sorgiva da cui tutto dovrebbe scaturire, c’è ciò che lui chiama “l’orientamento al Tu”, ossia la capacità di ascolto e di dialogo nei confronti degli interlocutori. È qui che si vede la matrice cristiana del personalismo. L’orientamento al Tu obbliga il retore a rispettare l’interlocutore, a considerarlo soggetto, a lasciargli spazio perché possa giungere alle conclusioni. Per questo – sostiene sempre Gil – la virtù essenziale del retore è l’umiltà. Un’umiltà che implica prima di tutto il rispetto della realtà (a cui il pensiero deve volgersi “per comprendere” senza manipolarla ideologicamente), ma anche il rispetto dell’interlocutore, che è sempre dotato di sentimenti e di convinzioni. Insomma una lettura stimolante, non solo per avvocati o politici, ma per tutti coloro che a diverso titolo debbano parlare agli altri di qualsiasi tema o argomento.

Alberto Gil

L’arte di convincere

Edusc 2016 (disponibile anche in formato ebook)

 

Da una bugia a una strage. La forza della menzogna.

di Giancarlo Polenghi

Poco tempo fa (alla fine del mese di aprile del 2019) anche in Italia è stata data notizia dell’imminente scarcerazione, dopo 26 anni di reclusione, del falso medico francese Jean Claude Romand. La ragione dell’eco mediatica di questo evento si spiega con la particolare natura del crimine commesso dal signor Romand colpevole di aver ucciso sua moglie Florence, i suoi due figli Antoine e Caroline, di 5 e 7 anni, e i suoi genitori, prima – secondo lui– di aver tentato il suicidio (c’è infatti chi ha sostenuto che anche il suicidio era l’ennesima “messa in scena” per ingannare tutti).

Il delitto, secondo i giudici, aveva un duplice movente: “la paura del falso medico di essere smascherato, e la brusca fine di un traffico che da anni gli fruttava ingenti somme”. Lo scrittore Emmanuel Carrére a questo caso ha dedicato un libro dal titolo L’Avversario (ebook, prima edizione digitale 2013). Il volume, che si legge come un giallo, è un’attenta ricostruzione di questa straordinaria storia, cominciata con una bugia, e finita drammaticamente nel sangue. L’autore si chiede come sia stata possibile una vita “corrosa dalla menzogna”, una vita che ha messo in luce una capacità non comune di dissimulazione, al punto che i parenti più stretti e gli amici più cari non hanno mai sospettato nulla, fino a che il castello di menzogne cade fragorosamente con conseguenze fatali. Il libro è una lettura profonda, attenta e realistica della natura del male, con molti espliciti rimandi alla religione, a Dio, al perdono, e ai meccanismi perversi di possibile autoassoluzione. Al centro di tutto è la questione della verità e delle sue possibili manipolazioni, foss’anche, come nel caso in esame, per amore del prossimo. Romand ha affermato per scusarsi che: “un banale incidente, un’ingiustizia, possono provocare la follia …” e questo banale incidente sarebbe la rottura di un polso prima di un esame universitario che lo ha portato a sostenere falsamente di aver partecipato all’esame e di averlo superato, e così, per 15 anni, far credere a tutti di aver completato gli studi in medicina e aver ottenuto un lavoro nella prestigiosa e vicina OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ginevrina. A dargli fiducia sono stati i genitori, la fidanzata prima e moglie poi, lo zio, i suoceri, i due figli, i compagni di studi. Romand ha sempre affermato di essere stato un figlio, un marito e un padre affettuoso, che amava teneramente i suoi cari che lo ripagavano dello stesso affetto. Questa percezione è stata confermata da tutti coloro che lo conoscevano, anche dai suoi amici più intimi, uno dei quali è rimasto tale dagli anni universitari arrivando a chiedergli di essere padrino di cresima della figlia.

All’origine di questa personalità distorta, secondo Carrére, ci sarebbe un’educazione problematica, ambigua e rigida: “da una parte gli avrebbero insegnato a non mentire, e questo era un dogma assoluto: un Romand ha una parola sola, un Romand è limpido e cristallino come acqua di fonte; dall’altra però certe cose, anche se vere, non andavano dette. Non bisognava amareggiare gli altri, né vantarsi dei propri successi o delle proprie virtù.” Il decoro (se vogliamo il “politicamente corretto”), la versione sempre positiva e incoraggiante della vita, era più importante della verità. In particolare Jean Claude più che mentire chiaramente (cosa che evidentemente ha fatto), si sforzava di dissimulare, principalmente con i genitori, soprattutto con la madre, per non farla preoccupare. Alla fine dirà alquanto paradossalmente: “Vi chiedo perdono perché non ho sopportato l’idea di farvi soffrire.” Il desiderio di essere come gli altri si aspettavano che lui fosse, unito a un amore profondo per i propri cari, lo avrebbe portato a una doppia vita (la vita di famiglia “vera” e quella di lavoro “completamente inventata”), anzi, da un certo momento in poi, ad una tripla vita, coinvolgendo un’amante, Cécile, che pure ha tentato di assassinare. L’amante, che incontrava lontano da casa, era una psicologa a cui pure ha fatto credere di essere il brillante ricercatore farmaceutico che tutti stimavano, con accesso a fondi di investimento svizzeri convenienti, talmente degno di fiducia da ottenere anche da lei ingenti somme. La lettura di “L’Avversario”, a nostro avviso, è utile perché stimola molto la riflessione. A partire da un caso limite, vero e “romanzesco” insieme, illumina la relazione fondamentale tra amore, bene e verità che chiama in causa tutti e ciascuno. Una storia che non può lasciare indifferenti e che spinge ogni lettore ad avventurarsi nelle misteriose profondità dell’animo umano…… là dove solo la Verità rende liberi.

Emmanuel Carrère

L’Avversario

Adelphi (ebook, prima edizione digitale 2013)

La fedeltà è creativa

(di Giancarlo Polenghi)

Un economista sui generis, si interroga sul futuro delle organizzazione che lui definisce “a movente ideale” (OMI), ossia realtà e comunità che sono nate dalla visione di uno o più fondatori e che hanno di fronte a sé la sfida di proseguire la loro missione in un mondo che cambia sempre più rapidamente. Luigino Bruni è un economista (insegna alla LUMSA e all’Istituto Sophia), ha una profonda conoscenza della sacra scrittura e un’esperienza diretta di ciò che significhi essere parte di una comunità carismatica, quella dei Focolarini, che vive un importante momento di transizione, dall’epoca della fondazione alla stagione della continuità. Le sue teorie sono centrate sul terzo settore e sul no profit ma, come lui stesso afferma, in una certa misura, esse sono valide per ogni tipo di organizzazione.

A ben pensare il tema della fedeltà al carisma nelle mutevoli situazioni storiche è cruciale per la vita e il pensiero della Chiesa, dalle origini ai giorni nostri.

Bruni affronta con originalità questo tema sempre attuale in tre volumetti dal titolo: la distruzione creatrice, Elogio dell’auto-sovversione e Il capitale narrativo (edizioni Città Nuova). I libri nascono da articoli pubblicati in precedenza sul quotidiano Avvenire.

Come si evince dai titoli, la raccomandazione dell’autore, è quella di affrontare il tema della fedeltà in chiave dinamica e intelligente, facendo attenzione a quelle trappole inconsapevoli che possono bloccare la vita delle organizzazioni. Ciò che colpisce nella lettura è l’integrazione tra una forma mentis economica, che conosce i principi di ciclo di vita dei prodotti e le dinamiche dei mercati, con quella scritturistica, specialmente del Vangelo e della vita dei Profeti. Le immagini e le metafore che Bruni utilizza più spesso sono però mutuate dall’agricoltura e dalla biologia, quasi che da esse si possa percepire meglio una dimensione più profonda, ontologica. A lui interessa la vita delle organizzazioni a movente ideale e, in particolare, la vita di coloro che ne fanno parte. Persone con grande idealità, capaci di darsi con generosità, ma che, proprio per il loro modo di essere, hanno bisogno di essere riflessive e di misurarsi costantemente con la realtà che hanno di fronte. Bruni mette in guardia dal pericolo dell’ideologia, ossia da una traduzione chiusa dell’ideale, troppo rigida e non dinamica. Citando Edgar Morin, afferma: “Ciò che non si rigenera, degenara” e ricorda che la nostalgia del passato è sempre infeconda. Importante il concetto di capitale narrativo, che, per definizione deve essere plurale e deve rinnovarsi nel tempo mentre affonda le sue radici nell’origine. Ciò che tiene in vita le organizzazioni a movente ideale è la gratuità, possibile solo in un clima di libertà, e la libertà più importante è la libertà di desiderare. Ma bisogna desiderare insieme agli altri, e se l’oggetto del desiderio è definito e limitato dai vertici, ciò provoca la morte del desiderio. Il paradosso, per chi ha responsabilità di governo delle organizzazioni, è che per stimolare e promuovere bisogna non controllare del tutto, perché il controllo uccide il desiderio. Le relazioni umane all’interno di questo tipo di realtà sono cruciali perché bisogna trovare equilibrio tra struttura-organizzazione e spontaneità. Quando la struttura prende il sopravvento le relazioni diventano più formali e drammaticamente meno generative. L’incontro umano pieno e franco diventa allora come l’aria da respirare perché genera fraternità e comunità. Quando i rapporti diventano formali invece ci si immunizza gli uni verso gli altri provocando una paralisi evolutiva. I responsabili appaiono sempre più lontani dalla base e anche orizzontalmente le relazioni diventano false. Secondo l’autore questo è un problema frequente anche delle organizzazioni a fine di lucro, le multinazionali che tendono a controllare globalmente la vita dei loro dirigenti rendendoli progressivamente inefficaci.

Bruni crede che i creativi, che lui assimila alle figure dei profeti, sono ciò che serve per far fiorire il carisma. Creativi che comunque sono condannati a soffrire e a essere incompresi perché questo è comunque il loro destino. Un destino che trova la sua logica nella morte e resurrezione (in Cristo), che è poi la narrazione e la realtà che più radicalmente illumina e rigenera la vita.

Luigino Bruni

Il Capitale Narrativo. Le parole che faranno il domani nelle organizzazioni e nelle comunità.

Città Nuova, 2018

per Notre Dame de Paris

(di Giancarlo Polengi)

Nelle primissime pagine del più celebre romanzo di Victor Hugo, si legge:

Il vecchio Palazzo sarebbe ancora in piedi con la sua vecchia sala grande, e io potrei dire al lettore di andarsela a vedere. Saremmo così esonerati entrambi, io dal tracciarne e lui dal leggerne una descrizione così e così. Il che sta a dimostrare questa nuova verità: che i grandi eventi hanno imprevedibili conseguenze. (…)

Fu certo un triste gioco

che madonna Giustizia un dì il palato

si mettesse, a Parigi, tutto in fuoco

per aver troppe spezie ingurgitato.

Checché si pensi di questa triplice versione politica, fisica, poetica dell’incendio del palazzo di Giustizia del 1618, il fatto disgraziatamente indiscutibile è l’incendio stesso.

Il riferimento è a un altro incendio, antico, e di un edificio civile, ma le parole non potrebbero essere più appropriate per evocare ciò che tutti abbiamo negli occhi dalla settimana prima della Pasqua del 2019.

Ecco quindi che il “consiglio per la lettura” si orienta stavolta su un romanzo giustamente considerato un classico, e non solo per la letteratura francese. Notre Dame de Paris è un libro che anche oggi trasmette moltissimo. I suoi personaggi, Pierre Gringoire, Quasimodo, Esmeralda, Claude Frollo, così fortemente simbolici, reali e poetici insieme, sono di spunto per molte riflessioni. Il gobbo, Quasimodo, per il quale non è possibile non sentire compassione e vicinanza è un capolavoro di umanità. Eppoi c’è Notre Dame: La chiesa di Notre Dame di Parigi è ancor oggi indubbiamente un maestoso e sublime edificio. Per bella, però, che si sia serbata invecchiando, è difficile non sospirare, non indignarsi di fronte alle innumerevoli mutilazioni che il tempo e gli uomini hanno simultaneamente fatto subire al venerabile monumento (…). Sul volto di questa vecchia regina delle nostre cattedrali, accanto a una ruga si scorge sempre una cicatrice. Tempus edax, homo edacior (il tempo è vorace, l’uomo lo è ancor di più), che io tradurrei volentieri così: il tempo è cieco, l’uomo è stupido.

Anni fa mi capitò, con una compagnia teatrale di amatori, di ritrovarmi nei panni di Quasimodo e a quel momento risale la mia prima lettura del capolavoro di Victor Hugo. In quel momento lessi l’intera vicenda dal punto di vista del gobbo, guercio, zoppo e sordo. In particolare la sordità mi fece capire ancor meglio il fascino delle campane, ossia di quei fantastici dispositivi che invece di suonare in casa per annunciare l’arrivo dell’ospite, suonano a distesa all’esterno per significare che il padrone di casa invita tutti a trovarlo nella sua splendida dimora. Insomma una sorta di campanello al contrario che funziona verso il fuori invece che verso il dentro. In questi giorni, dopo il tragico incendio, ho ripreso in mano il libro e, debbo riconoscere, ne gioisco ad ogni pagina passando facilmente dal sorriso al pianto, dal divertimento alla riflessione.

E per finire un’altra citazione dal libro:

“Tutti gli occhi si erano alzati verso la cima della chiesa. Ciò che vedevano era straordinario. Sulla sommità della galleria più alta, ancora più su del rosone centrale, c’era una grande fiamma che saliva fra i due campanili con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa, di cui il vento ogni tanto si portava via un lembo nel fumo. 

Al di sotto di questa fiamma, al di sotto della cupa balaustra a trifogli di brace, due doccioni come fauci di mostri vomitavano senza posa quella pioggia ardente che si stagliava con la sua colata argentea sulle tenebre della facciata inferiore. A mano a mano che si avvicinavano al suolo, i due getti di piombo liquido si allargavano a fascio come l’acqua che zampilla dai mille fori dell’annaffiatoio. Sopra la fiamma, le enormi torri, di ciascuna delle quali si vedevano due facce crude e stagliate, una tutta nera, l’altra tutta rossa, sembravano ancora più grandi di tutta l’immensità dell’ombra che proiettavano fino al cielo. Le innumerevoli sculture di diavoli e draghi prendevano un aspetto lugubre. Il chiarore vacillante della fiamma le facevano muovere. C’erano biscioni che sembravano ridere, figure animali che pareva di udir guaire, salamandre che soffiavano nel fuoco, tarasques che starnutivano nel fumo. E fra quei mostri risvegliati così nel loro sonno di pietra da quella fiamma, da quel rumore, ce n’era uno che camminava e che di tanto in tanto si vedeva passare dinanzi al rogo ardente, come un pipistrello davanti a una candela.”

Victor Hugo

Notre Dame de Paris

BUR 2007

 

Due polmoni, per respirare meglio.

(di Giancarlo Polenghi)

Già san Giovanni Paolo II aveva molto insistito sulla necessità per noi occidentali di conoscere meglio la spiritualità orientale, e fu proprio lui a usare ripetutamente l’immagine dei due polmoni. Un’immagine certamente forte e che si commenta da sola. E Papa Francesco, dopo aver incontrato il Patriarca Ortodosso Bartolomeo in Turchia, tornava sul tema delle differenze riconciliate stimolando i cattolici ad attingere a una teologia ricchissima che più che contraddire la nostra tradizione la complementa. Per altro quando l’attuale pontefice mette in guardia contro il rischio della neognosi e del neopelagianesimo (mali che in un certo senso si respirano nella cultura postmoderna nella quale siamo immersi) pare evidente che un buon antidoto possa venir fornito proprio dalla spiritualità orientale. Così almeno si può intendere alla luce dell’interesse che diverse comunità religiose (per tutte citiamo il centro Aletti di Padre Rupnik e la Comunità di Bose di Enzo Bianchi) mostrano per questo approccio alla fede. In che cosa si differenziano la tradizione Occidentale e quella Orientale? Per averne un’idea suggeriamo la lettura di un piccolo volume di Raniero Cantalamessa dal titolo “Due Polmoni, un unico respiro” Edizioni Libreria Vaticana 2015. Il libro, che è in realtà una raccolta di omelie, ha una struttura molto semplice; le vie sono indagate a partire da quattro temi chiave: la Trinità, Cristo, lo Spirito Santo e la Salvezza. L’autore delinea con chiarezza le differenze di visione, e, con altrettanta chiarezza, mostra come i diversi punti di vista possano dare rilievo e profondità alla vista. D’altra parte il mistero e la grandezza di Dio non può mai essere esaurita del tutto, perciò l’autore mette in luce come gli orientali possano aiutare gli occidentali e viceversa. La consapevolezza che i due approcci toccano questioni di fondo, e non bizantinismi come si potrebbe superficialmente pensare, è cruciale e densa di conseguenze positive per la relazione con Dio e la preghiera, sia personale che liturgica. La Trinità, solo per fare un esempio, sembrerebbe essere meglio percepita dall’Oriente, che ne coglie la relazione interna, di comunione tra le persone, in modo più mistico e poetico, mentre noi occidentali siamo più portati a percepirla in chiave di economia della salvezza, ossia a partire da come ci è stata comunicata e come ci tocca, e questo ovviamente mantiene un grande interesse soprattutto in una chiave di prima evangelizzazione.

Insomma una lettura stimolante, che aiuta ad avvicinarsi ai Padri della Chiesa, che per i primi mille anni sono stati comuni, e a recuperare vitalità e respiro profondo.

Raniero Cantalamessa,

Due polmoni un unico respiro.

Oriente e Occidente di fronte ai grandi misteri della fede.

Libreria Editrice Vaticana, 2015

La fine e l’inizio

(di Giancarlo Polenghi)

Nell’imminenza della Settimana Santa, mentre, alle nostre latitudini, assistiamo con gioia alla rinascita primaverile, la segnalazione di un testo dedicato al mistero pasquale sembra inevitabile. Tra i tanti possibili ho scelto quello di Alexander Schmemann e Olivier Clément (Il Mistero Pasquale, Lipa 2003). Un testo breve di due teologi famosi scomparsi da non troppi anni: il primo estone, cresciuto in Francia e che ha vissuto negli Stati Uniti, il secondo è il più celebre teologo ortodosso francofono.

La struttura del volume segue da vicino le celebrazioni, dal sabato di Lazzaro (il giorno precedente alla Domenica delle Palme), alla veglia pasquale del sabato notte. Il commento è sobrio e profondo e ha la funzione di collegare dolcemente la bellezza e ricchezza delle letture, dei gesti, delle preghiere. Il consiglio è di immergersi nella grandezza della liturgia delle liturgie e di farsi accompagnare momento per momento in un tempo di contemplazione eterno.

Da un altro volume (che fa parte della serie “I semi teologici di Francesco”) dedicato alla vulnerabilità, trascrivo un testo che Mario Luzzi ha scritto per la via crucis al Colosseo dell’anno 1999. Le parole che il poeta immagine sono quelle di Cristo in dialogo con il Padre.

“Padre mio, mi sono affezionato alla terra
quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile ed esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, e perfino i deserti.
È solo una stazione per il figlio Tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni
ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa: mi sovvengono
i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.
Mancano oggi qui su questo poggio
che chiamano Calvario.
Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
sono stato troppo uomo tra gli uomini
oppure troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio
o l’ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte,
tra non molto saremo ricongiunti
nella sede eterna.”

Alexander Schmemann e Olivier Clément

Il Mistero Pasquale

Lipa, 2003

I semi teologici di Papa Francesco

(di Giancarlo Polenghi)

Una collana di “instant book” per mettere a fuoco le parole chiave dell’insegnamento di papa Francesco

 

I semi teologici di papa Francesco è la collana che le edizioni San Paolo dedicano alle parole chiave del magistero che stiamo vivendo. Libri tascabili, dal formato ridotto, spesso con meno di 150 pagine, che si possono leggere in poche ore, ma che, sorprendentemente sono ricchissimi di spunti.

I curatori sono due noti teologi italiani, Maurizio Gronchi e Pierangelo Sequeri, il primo insegna Cristologia all’Urbaniana, il secondo è il preside dell’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia e membro della Commissione Teologica Internazionale. Le parole prese in esame, da altrettanti competenti autori, sono nell’ordine: carne, misericordia, riforma, discernimento, neopelagianesimo, neognosticismo, vulnerabilità, armonia, integrazione, reciprocità e popolo. La premessa è che il magistero di papa Francesco sta letteralmente gettando dei semi attraverso i quali si propone al lettore una visione organica e feconda per ri-considerare e ri-vivere l’intero messaggio cristiano. Ovviamente i semi, che sono ben radicati nella tradizione ecclesiale, gettano una nuova luce sul tutto, ri-proponendo in modo fresco la novità antica del Vangelo. A giudicare dai due titoli con i quali ho cominciato la lettura, La carne, di Giovanni Cesare Pagazzi, e La reciprocità, di Massimo Naro, si evince che gli autori presentano, attraverso la parola scelta, il succo dell’insegnamento del pontefice. Il risultato è un testo interpretativo denso e originale, ben scandito ed efficace. Ovviamente si tratta di libri di divulgazione, non di testi scientifici. Ciònonostante gli scritti costituiscono un reale aiuto alla comprensione della contemporaneità e al modo con cui papa Francesco interpreta il suo ruolo di pastore della Chiesa universale. Gli autori, tutti studiosi di primo piano, presentano papa Francesco con libertà facendo risuonare la sua voce attraverso la loro competenza di teologi che sugli stessi temi hanno spesso già pubblicato. Il volumetto sulla carne (e sulla corporeità) si apre notando che da essa apprendiamo il bisogno di altro (e quindi anche dell’altro), ovvero essa è un modo molto concreto ed efficace per uscire da sé stessi e da una sorta di disumana onnipotenza (quella di chi non ha bisogno di chiedere nulla, come il bimbo nel ventre della madre). La carne pertanto come primo paradossale passo per la trascendenza. Si presenta poi la carne del Figlio, soffermandosi sui gesti e sulle mani, sempre alla ricerca dell’altro. Bellissimo il terzo capitolo sulla carezza e il con-tatto (tatto, contatto e presa – toccatemi), in cui si illustra la forza relazionale del tatto che, unico tra i sensi, permette di sentire e di sentirsi, un senso che è sempre attivo a differenza della vista o dell’udito, e che ha un grande ruolo nell’atto della fede, come nell’esercizio della stessa. L’ultimo capitolo, la conclusione, è dedicato alla logica della carne, dell’incarnazione e della resurrezione dei corpi. Notevole anche il volumetto sulla reciprocità (di Massimo Naro), organizzato in cinque capitoli, partendo dalle espressioni più frequenti sulla relazione in papa Francesco si rivolge poi alla Sacra Scrittura per concludere con una visione teologica che a partire dalla Trinità tocca tutta la creazione, l’antropologia, la famiglia e la relazione uomo-donna, la natura della Chiesa, la necessità urgente di saper passare dall’incontro all’amicizia, dalla fraternità alla comunione.

I semi teologici di Francesco

collana di 11 volumetti, a cura di Maurizio Gronchi e Pierangelo Sequeri,

edizioni San Paolo 2018

Cabasilas e i figli di Dio

(di Giancarlo Polenghi)

Che cosa ha da dire, a noi, oggi, un mistico bizantino, laico, del XIV secolo? La distanza che ci separa, e le scarse informazioni sull’autore, sembrerebbero sufficienti per pensare che la lettura del libro più noto di Nicola Cabasilas (1319/23-1392) sia adatta solo agli specialisti, a coloro che si occupano per professione di teologia orientale. La mia curiosità verso questo autore nasce da un personalissimo percorso fatto di rimandi e citazioni. Cabasilas è senz’altro tra i mistici orientali più conosciuti e amati anche in occidente, al punto che anche i papi più recenti – da Paolo VI a Giovanni Paolo II – lo citano con una certa frequenza, soprattutto quando si voglia sottolineare la centralità di Cristo nella vita cristiana. Un santo occidentale che rimandava spesso a Cabasilas è San Josemaria Escrivà, e forse per questa ragione, il libro più famoso del mistico bizantino è stato oggetto di molte ristampe anche recenti da parte di case editrici iberiche. Chi segue poi il filone orientale, per esempio padre Marko Ivan Rupnik e il Centro Aletti, fanno abbondante riferimento a Cabasilas perché il pensiero di quest’ultimo è ovviamente in linea di continuità con tutta la tradizione bizantina.

Credo si possa dire che Cabasilas sia un autore orientale sempre più conosciuto e apprezzato anche in occidente per la forza, l’audacia e originalità del suo pensiero. In “La vita in Cristo” l’autore svela che cosa sia la vita cristiana innestata in Cristo attraverso i sacramenti (nella morte e resurrezione del battesimo) e spiega poi come questa vita, che è un dono, possa essere mantenuta e sviluppata. Fin qui nulla di nuovo. Ma quando Cabasilas si spinge a dire che i cristiani sono consanguinei con Cristo, che nelle loro vene scorre lo stesso sangue, come in fiale, dello stesso Salvatore, allora l’argomentazione diventa originale e sorprendente. La filiazione divina per Cabasilas va oltre quella dei figli adottivi perché pur essendo i cristiani diversi dal Figlio, l’unigeto del Padre, ciònondimeno, in Lui possiamo affermare di essere veri figli autentici, membra del suo corpo, appunto consanguinei. Nessuno, che io sappia, si è spinto così lontano nell’affermare la realtà della filiazione divina come sorgente e significato della vita cristiana. Che un cristiano debba essere centrato in Cristo pare essere un’ovvietà, eppure comprendere fino in fondo che ciò si può dare solo attraverso la grazia, i sacramenti, e in particolare l’Eucarestia, è cruciale. Soprattutto oggi che siamo immersi nel culto dell’ego e della ricerca del successo personale e dell’autorealizzazione come frutto dell’impegno individuale. Il punto di vista di Cabasilas aiuta a liberarsi dal volontarismo (che papa Francesco collega al Pelagianesimo) e dall’intelletualismo (presente nelle eterne eresie della gnosi), aiuta ad acquisire una visione soprannaturale profonda e teologica, stimola a pensare la vita cristiana in termini di relazione, genera speranza e ottimismo, insomma aiuta a pregare e a innalzare, con gratitudine, il cuore a Dio. Per chi voglia immergersi in questa lettura, oggi esiste anche una versione ebook dal prezzo contenuto.

Nicola Cabasilas.

La vita in Cristo

Utet, 1968 (prima edizione ebook 2013)

Un poliedro da scoprire

(di Giancarlo Polienghi)

Il libro, a cura di Andrea Riccardi, racconta la variegata realtà della Chiesa dei nostri tempi con papa Francesco

Capire il presente è sempre impegnativo e difficile, ma il volume Il cristianesimo al tempo di papa Francesco, (Andrea Riccardi (a cura), Laterza, 2018) costituisce senz’altro uno strumento prezioso in questo senso.

I diciotto capitoli, scritti da altrettanti autori, sono organizzati in quattro sezioni: a) Tra centro e periferia, b) nella globalizzazione, c) tra storia, cultura e teologia, d) sfide e prospettive. Tutti i temi del pontificato di Francesco sono presi in considerazione, dalla fine del papato europeo alla trasformazione della Chiesa nel mondo, con nuovi equilibri e forze in campo (Africa, Asia, America Latina), dalla crisi degli ordini religiosi al fenomeno del pentecostalismo (soprattutto nelle Americhe), dalle critiche di chi difende “i valori non negoziabili” all’atteggiamento nei confronti dell’Islam, dallo stile di comunicazione al ruolo dei laici, dalle questioni dei poveri e dei migranti a quello della politica dei cattolici, dall’organizzazione territoriale delle parrocchie al contributo dei movimenti. Gli autori dei diversi contributi sono specialisti della materia, per esempio Picciredda parla di Africa, la Giunipero di Cina, Kasper di ecumenismo, Viganò di comunicazione, Sequeri di etica, e così via. I diversi punti di vista, quasi tutti favorevoli rispetto all’azione di papa Francesco, (con l’eccezione dell’intervento del canonista Paolo Gherri che critica apertamente l’approccio giuridico del governo del pontefice) permettono di meglio comprendere le linee di fondo di un’azione che è insieme di continuità e discontinuità. Il libro si apre con la constatazione su quanto papa Francesco abbia saputo interessare l’opinione pubblica, suscitando anche reazioni polari e alcune critiche, e si sviluppa con una prima interessantissima perlustrazione dello stato di salute della Chiesa nei diversi continenti. L’approccio storico degli interventi permette di percepire i cambiamenti che nel tempo, a partire da Paolo VI per arrivare a papa Francesco, si sono verificati nelle diverse aree geografiche. La varietà dei contributi che non sono solo di storici ma che includono filosofi, teologi, canonisti, diplomatici, giornalisti, dà una grande varietà e ricchezza al volume. Insomma un libro pieno di informazioni, ben documentato, in grado di stimolare una riflessione più profonda e attenta sul mondo che viviamo. Un libro che aiuta ad uscire dai pregiudizi e dalle posizioni urlate, un libro per capire e mettere a fuoco i problemi.

Andrea Riccardi (a cura),

Il cristianesimo al tempo di papa Francesco

Laterza, 2018