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La santità della porta accanto

(di Giancarlo Polenghi)

 

Ho ricevuto il libro di Gaia Corrao “Solo per te Gesù” su Daniela Benedetti Spadoni, (Effatà Editrice, 2019, 84 pagine, 4 euro) da due amici di Pescia. Nel consegnarmelo il commento è stato, “ecco la santità della porta accanto di cui parla papa Francesco”. E, in effetti, è proprio così. Il libro, che si legge di fiato con tantissimo piacere, è la storia di una giovane donna nata a Borgo a Buggiano nel 1966, che si sposa all’età di 19 anni, si trasferisce a Montecatini, dove aveva studiato al locale istituto alberghiero, lavora come volontaria in una rilegatoria sociale di Massa e Cozzile, dove sono impiegate persone svantaggiate, ha due bimbi e, all’età di 28 anni, muore di tumore. Una storia che si racconta in tre righe, di una normalità disarmante, se si omette l’epilogo doloroso. Eppure è evidente che con immensa discrezione, passando inosservata, senza farsene accorgere, Daniela ha ciò non di meno tutte le caratteristiche della santità grande. Le poche cose che si sanno di lei, raccontate da chi le è stato più vicino, a partire dal marito, fanno capire che questa donna aveva (e ha anche ora) un rapporto molto intimo con Gesù Cristo. In un ritiro capisce che più che mettere in pratica gli insegnamenti di Gesù, bisogna far sì che Gesù prenda dimora dentro di noi, facendoci diventare Lui. Un pensiero profondo, da mistica, che lei ha vissuto fino in fondo. Ecco allora una vita supernormale, semplice, eppure ricca di preghiera quotidiana e di frequenza ai sacramenti, ma così, come se niente fosse, come la cosa più ovvia del mondo. Anche l’apertura agli altri, la disponibilità e l’accoglienza nella propria casa (di amici, di persone che avevano necessità momentanee, come una ragazza madre), l’interesse per le persone che incontrava, potevano apparire quelle di una ragazza come tante, magari, come qualcuno ha commentato in un primo tempo, di una ragazza fin troppo semplice, buonista e con poca personalità. Ma Daniela è tutto il contrario e ciò risulta fin troppo evidente a contatto con il dolore, che nella sua vita era un modo per unirsi a Cristo, per chiedere delle grazie. Una donna che arriva a dire che “al Signore bisogna chiedere le cose difficilissime, perché sono quello che lo “appassionano” di più, quelle dove risulta meglio la sua onnipotenza e magnanimità”. Prima di morire ha un unico desiderio per il suo funerale, che le mettano l’abito da sposa per andare incontro al suo grande amore. Nel periodo della malattia, un’autentica agonia che è durata 5 mesi, la casa di Daniela si riempie di gente attratta da qualcosa di speciale. Chi pensava di poterla consolare era consolato, mentre continuava a frequentare i sacramenti e a leggere la Bibbia (il suo solo libro di lettura) e a recitare il Rosario. Il funerale è stata una festa piena di gioia e tristezza insieme. Come quando muoiono i santi. E si ringrazia di averli conosciuti.

Gaia Corrao

Solo per te Gesù (Daniela Benedetti Spadoni)

Effatà Editrice, 2019

Papa Francesco e San Josemaria, missione comune.

di  Giancarlo Polenghi

Papa Francesco ha uno stile comunicativo semplice e immediato. E il suo modo di porgere il mistero cristiano può spiazzare. Angelo Scola una volta ha dichiarato che papa Francesco è come un salutare pugno nello stomaco, facendo riferimento ai temi reiterati e ai richiami diretti, soprattutto verso gli “uomini di chiesa”.

Ci sono parole che a papa Francesco non piacciono, per esempio proselitismo, e altre che piacciono molto, come attrazione, o che lui stesso ha confezionato, come chiesa in uscita o ospedale da campo. Certamente per chi voglia comprendere meglio il magistero dell’attuale pontefice il documento da leggere e rileggere è la Evangelii Gaudium. Ma specificamente sul tema della missione della Chiesa è uscito di recente un libro intervista breve e prezioso, che contribuisce a sciogliere eventuali incomprensioni. Si intitola Senza di lui non possiamo fare nulla, essere missionari oggi nel mondo (una conversazione di Papa Francesco con Gianni Valente), Libreria Editrice Vaticana, 2019, 10 euro.

 Un libro che si legge in meno di un paio d’ore e che mette in luce benissimo il pensiero di papa Francesco. Per lui il proselitismo (termine che san Josemaria usava in un’altra accezione) è un’attività troppo umana perché in essa si mescola il messaggio evangelico con la strategia di persuasione, con l’attivismo, con la voglia di convincere. Si tratta di un male antico che la chiesa (o parte di essa) ha patito e patisce. Il problema non è tanto quello di utilizzare o meno ricorsi retorici, tecniche di comunicazione, ma piuttosto il movente che sta alla base di tutto e dal quale dipende anche la forma, quel semplice “dare ragione” agli altri della propria speranza, soprattutto con l’esempio, di cui parla la lettera di San Pietro apostolo. La premessa da cui parte papa Francesco è “senza di lui non possiamo fare nulla”, perché è Cristo che agisce, che converte, che avvicina, che attira. Addirittura Cristo stesso afferma che Lui, senza il Padre, non potrebbe fare nulla. È lo Spirito Santo che provoca conversioni, che chiama e vivifica. Queste sono verità profonde che tutti i santi hanno percepito, e che dovremmo sempre ricordare e vivere, ma che si tende a dare per scontate. Ecco perché allora il verbo da usare è attrarre, e chi attrae è Cristo.

San Josemaria Escrivà la pensava allo stesso modo di papa Francesco quando paragonava l’eucarestia (o il tabernacolo) alla calamita che attira e da cui farsi attrarre, o quando diceva che l’apostolato è il traboccare della vita interiore, ossia del rapporto con Cristo, che con naturalezza – senza affettazione – è presente in qualunque cosa si faccia e che altri possono percepire. Papa Francesco nell’intervista richiama anche il passo del vangelo di Giovanni: “quando sarò innalzato da terra attrarrò tutto a me” parlando della croce e della forza attrattiva, potente e paradossale di Cristo. E questa stessa frase del vangelo era particolarmente cara a san Josemaria, che l’aveva sentita risuonare forte dentro di sé. Altro punto di totale sintonia tra i due è che per avvertire l’urgenza della missione basta il battesimo, non ci vogliono particolari mandati della gerarchia. Papa Francesco dice chiaramente che l’espressione “laici impegnati” non lo convince, proprio come pensava san Josemaria. E ancora “prima l’incontro, poi le parole” ossia la necessità per l’apostolo moderno di stare assieme ai suoi colleghi e vicini, ai suoi amici, lo stare, la relazione, che precede il parlare, un parlare che diventa confidenza intima tra persone che si vogliono bene. Infine gli ultimi due capitoli del libro intervista si intitolano “da persona a persona” e “no ai neocolonialismo clericali”, concetti che, ancora una volta, mettono papa Francesco e san Josemaria Escrivà sulla stessa barca, e, mi pare proprio, con la stessa sensibilità e franchezza.

 

Papa Francesco

Senza di lui non possiamo fare nulla.

Essere missionari oggi nel mondo (una conversazione con Gianni Valente)

Libreria Editrice Vaticana, 2019, 10 euro.

Santa Marta, il Papa e l’elogio della piccolezza

La fede nel crocevia contemporaneo

(di Giancarlo Polenghi)

Pierangelo Sequeri è un teologo sempre stimolante. Talvolta la lettura delle sue opere richiede un certo impegno, ma quando, come nel volumetto che segnaliamo, si rivolge a un pubblico di non specialisti, in poche pagine si possono trovare idee e parole chiave davvero significative.

“La Qualità Spirituale, esperienza della fede nel crocevia contemporaneo” – PIEMME 2001, è un saggio sotto forma di intervista, di una novantina di pagine.

L’idea centrale è che per avere qualità nella vita cristiana si debbano mantenere uniti due filoni, o meglio, due approcci alla fede: quello dogmatico, intellettuale, dottrinale e gerarchico (rappresentato dal credo), e quello esperienziale, mistico, carismatico e contemplativo che si rifà all’incontro personale con Cristo. Secondo l’autore, a partire dalla riforma protestante, le due vie sono state proposte in contrapposizione mentre è necessario, e il Concilio Vaticano II ha operato in questo senso, che tornino ad essere due facce della stessa medaglia.

Un altro punto chiave è, secondo l’autore, l’esigenza di collocare la sequela di Cristo nel mondo, nella storia. Sequeri parla di “semina di forme elementari di vita cristiana nelle comuni condizioni di vita” e di una testimonianza attiva che si faccia di nuovo “itinerante” (e quindi vada incontro agli altri). È evidente che si richiama, pur senza citarla, la vita dei primi cristiani, laici, in tutto uguali agli altri, ma che vivono uno stile di vita diverso. Uno stile che consiste, dice il nostro autore, nella “disinvolta fedeltà alla regola evangelica … generando una giusta inquietudine intorno alla presunta normalità della vita”. La secolarizzazione, la visione mondana del mondo contemporaneo occidentale, legata alle tre concupiscenze, richiede una qualità spirituale cristocentrica, che si gioca nella relazione con Dio – vita interiore – e nella carità con il prossimo, a partire, con generosità, da quello che incontriamo all’interno delle forme della vita quotidiana. Più che la parrocchia, che ovviamente svolge un ruolo insostituibile di servizio, la sfida è nelle case, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e di svago in cui i cristiani possono e debbono essere capaci di vivere come tutti ma con uno stile diverso, con uno sguardo diverso, capaci soprattutto di saper creare legami (relazioni) di comprensione, di carità e di senso.  Si tratta insomma di restituire anima (anima cristiana) alla vita necessariamente legata alle professioni e al lavoro, alle responsabilità sociali e alle cure educative, alle fedeltà necessarie e ai bisogni comuni, anche a quelli del riposo. In questo senso Sequeri, che pure riconosce l’importanza del volontariato, esorta a non abbandonare il mercato (l’economia), la cultura, la vita civile e i grandi temi dell’attualità. Si tratta infatti di non lasciarsi rinchiudere nel recinto delle opere caritative, mentre il mondo quello vero e professionale opera e governa con leggi differenti. Tutto ciò è da tener presente anche nella formazione dei giovani, che vanno stimolati a giocare la loro partita da cristiani nel mondo, senza complessi di inferiorità e con una profonda riflessività.

Il testo risale al 2001, e leggerlo oggi, esposti in modo più intenso ai problemi (e alle opportunità) della globalizzazione, dei fenomeni migratori, delle problematiche ambientali ed ecologiche, è di grande stimolo per una ricerca della qualità spirituale che sia all’altezza del momento.

Pierangelo Sequeri

La Qualità Spirituale.

L’esperienza della fede nel crocevia contemporaneo

PIEMME 2001